AMERICA LATINA / Jeffery R. Webber e Barry Carr (a cura di), The New Latin American Left. Cracks in the Empire, Rowman & Littlefield Publ., 2012, 395 pp. Rassegna (IV)

a cura di Ilario Salucci

La situazione cilena viene analizzata da Fernando Leiva (“The Chilean Left after 1990. An Izquierda Permitida Championing Transnational Capital, a Historical Left Ensnared in the Past, and a New Radical Left in Gestation”). La peculiarità del caso cileno risiede nel fatto che per due decenni (1990-2010) la legittimazione e l’istituzionalizzazione del nuovo ordine capitalista fu diretta e attuata da una coalizione di centro-sinistra conosciuta come Concertacion de Partidos por la Democracia, che aprì la strada alla prima vittoria elettorale della destra in cinquant’anni di storia cilena, con l’elezione nel gennaio 2010 del miliardario Sebastian Pinera, il “Berlusconi cileno”.

Le politiche della Concertacion, che vede il capitale transnazionale come l’agente più dinamico e sicuro del progresso e della modernità, hanno consolidato il regime di accumulazione basato sulle esportazioni stabilito da Pinochet e dai “Chicago boys”. La crescita annua del Pil, che era di circa il 2,9% sotto Pinochet, passò dal 7,7% dell’inizio degli anni ‘990 al 4,1% del 2006-2008, grazie a tre poli di accumulazione: l’esportazione di risorse naturali; la costituzione di una piattaforma finanziaria e di servizi base di operazioni per tutta l’America latina; un settore interno commerciale e di servizi altamente concentrato. Al contempo il Cile ha vissuto deindustrializzazione, transnazionalizzazione dell’economia e della società, indebolimento del movimento operaio, perdita di influenza di una classe operaia maschile urbana a favore di forza-lavoro giovane, femminile, flessibile e precaria, e un’accelerata concentrazione di ricchezza nelle mani di una classe capitalista sempre più internazionalizzata. Quest’ultima, grazie alle politiche della Concertacion, è stata in grado di estrarre alti tassi di plusvalore, profitti e rendite (a titolo di esempio nelle miniere di rame, di proprietà al 72% di multinazionali, dal 1974 al 2005 sono stati investiti 19,9 miliardi di dollari, a fronte di profitti e interessi esportati nel solo anno 2006 di ben 20 miliardi di dollari).

La struttura sociale cilena si è modificata in profondità: aumento della proletarizzazione, con un numero di lavoratori salariati che è passato da 2,4 milioni del 198 ai 4,6 attuali (in percentuale la quota di lavoratori nella manifattura è scesa, dal 16,1% al 12,8%); femminilizzazione della forza-lavoro (nel periodo 1997-2004 vi è stata una creazione netta di 372.500 posti di lavoro, di cui 252.200 occupati da donne); terziarizzazione dell’economia e della forza-lavoro: agricoltura, miniere e manifattura nel loro insieme, dal 1986 al 2008, sono passati dal 36,2% degli occupati al 26,4% (pur aumentando in termini assoluti, da 1,4 a 1,8 milioni di lavoratori); aumento dei salari, ma inferiore all’aumento della produttività (nel 1996 i lavoratori percepivano il 38,3% del reddito nazionale, mentre nel 2007 la loro quota era scesa al 35%); espansione della piccola borghesia e della “classe media” (strati tecnici e di professionisti e di piccoli imprenditori). Questi processi si sono accompagnati a una transnazionalizzazione e finanziarizzazione dell’economia; a una drastica mercificazione nella riproduzione quotidiana e generazionale della forza-lavoro; a una informalizzazione dei rapporti di lavoro (da non confondere con il settore informale, che in realtà è diminuito); a una rapida concentrazione di reddito, ricchezza e potere.

La sinistra cilena è composta da una componente di izquierda permitida, composta dal Partito socialista, dal Partito della Democrazia e dal Partito radicale, membri della Coalicion – alle elezioni comunali del 2008 questi tre partiti hanno ottenuto il 26,1% dei voti (la Coalicion ottenne il 44,6%). La izquierda permitida ha conosciuto un mutamento del proprio “carattere di classe” che inizia ben prima del 1990. La sua parabola è passata dalla difesa della lotta armata alla fine degli anni ‘960, dall’analisi di come il surplus era prodotto, appropriato e distribuito, al “rinnovamento socialista” e alla strategia di “approfondimento della democrazia” degli anni ‘970 e ‘980, fino alla piena adesione a una visione in cui capitale transnazionale e capitalismo globale sono la forza motrice della storia. Un’altra componente è data dalla sinistra storica, tradizionale, composta dal Partito comunista, la Sinistra cristiana, il Partito umanista e i Socialisti allendisti, riuniti nell’alleanza elettorale Junto Podemos Mas – Frente Amplio – questi quattro partiti ottennero nel 2008 il 9,1% dei voti. La sinistra storica, il Partito comunista, è passato da una politica (inizio anni ‘980) di “tutte le forme di lotta” sono valide contro il regime di Pinochet (in rottura con la precedente politica di “via pacifica” al socialismo), con la formazione nel 1983 del Frente Patriotico Manuel Rodriguez dotato di un personale molto preparato militarmente e che compì azioni spettacolari, a una politica di alleanze anti-neoliberali negli anni ‘990 e inizio 2000. Il dato caratterizzante della sua azione era un ampio uso della retorica e del controllo dall’alto delle organizzazioni sociali, un’orientamento esclusivamente elettoralista e una debole capacità nel costruire radicamento e organizzazione dal basso; questo ha comportato nel corso di questi anni un’emorragia continua di militanti. Junto Podemos ottenne un modesto successo elettorale nel 2005, con il 5,34% dei voti. L’ultima tappa della trasformazione della sinistra storica è stata il “patto di desistenza” con la Coalicion alle elezioni presidenziali del dicembre 2009: per taluni la subordinazione finale alla Coalicion, per altri una mera scelta tattica per ottenere una rappresentanza parlamentare.

La nuova sinistra radicale (Movimento SurDa, Forza sociale e democratica, Generazione 80 e Movimento popoli e lavoratori), che non si è presentata alle elezioni, dirige importanti federazioni studentesche e ha una presenza significativa nel sindacato CUT con la corrente Convergencia sindical. La sinistra radicale è critica delle strategie gerarchiche o “avanguardiste” nel costruire la sinistra e i movimenti sociali; è estremamente critica della Coalicion e si rifiuta di considerarla una forza progressista; con l’attività nella federazione studentesca e nel sindacato cerca di costruire potere e mobilitazione popolare dal basso; non ha una rappresentanza politica a livello nazionale. La vecchia sinistra rivoluzionaria è nei fatti scomparsa, frammentata in una miriade di microscopiche organizzazioni e collettivi (sei-otto organizzazioni si richiamano alla tradizione del MIR; ancor più alla tradizione del Frente Patriotico Autonomo, la scissione di sinistra fine anni ‘980 del Frente Rodriguez; le Fuerza Rebeldes y Populares Lautaro – eredi del MAPU – sono state distrutte dalle forze di sicurezza della Coalicion nel corso degli anni ‘990).

Vi è infine una sinistra sociale composta da una miriade di iniziative locali e di comunità, molto piccole e atomizzate (“basate sulla solidarietà, sull’azione collettiva, sull’organizzazione territoriale, e su sforzi per preservare la memoria storica delle lotte popolari passate, queste iniziative tentano di affrontare i problemi quotidiani della povertà, della discriminazione, della mancanza di voce, nei diversi territori socio-spaziali dove vivono i poveri urbani e rurali”). Questa sinistra sociale è la dimostrazione “dell’inesauribile capacità popolare di auto-organizzarsi e di lottare collettivamente”.

Secondo Ferdinando Leiva il “modello cileno” sta incontrando una serie di problemi a vari livelli. Vi è in primo luogo una crisi di legittimazione delle istituzioni politiche; un esaurimento del regime di accumulazione; una crescita sempre più insostenibile di povertà e diseguaglianza (mascherata da una serie di scandalose manipolazioni statistiche che cercano di dimostrare esattamente il contrario); dall’inizio, a partire del 2006, di un ciclo di mobilitazioni popolari e di proteste da parte di vari settori di lavoratori, studenti, comunità indigene; e da un esaurimento del ciclo storico della Coalicion.

In conclusione “il Cile illustra come le condizioni di esistenza delle classi lavoratrici, ricomposte in questi decenni di neoliberalismo, sotto il nuovo regime di accumulazione siano state istituzionalizzate con successo grazie all’attiva partecipazione della izquierda permitida. In Cile, come nel Brasile di Lula e nell’Uruguay di Vazquez, la izquierda permitida ha contribuito a consolidare il nuovo sistema di dominio. Ma, nonostante tutti i loro sforzi, i fondamenti economici e politici del modello cileno hanno iniziato a sgretolarsi mostrando i limiti delle politiche simboliche e il carattere intrinsecamente contraddittorio del contemporaneo capitalismo latinoamericano”.

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