AMERICA LATINA / Jeffery R. Webber e Barry Carr (a cura di), The New Latin American Left. Cracks in the Empire, Rowman & Littlefield Publ., 2012, 395 pp. Rassegna (III)

a cura di Ilario Salucci

La situazione venezuelana viene analizzata da Gregory Wilpert (“Venezuela. An Electoral Road to Twenty-First-Century Socialism?”). Dopo aver ricostruito le vicende politiche del giovane Hugo Chavez fino alla sua vittoria elettorale del 1998, dalla formazione del microscopico Ejercito de Liberacion del Pueblo de Venezuela nel 1977 alla formazione dell’Ejercito (poi “Movimiento”) Bolivariano Revolucionario, dal fallito colpo di stato del 1992 (che rese Chavez un eroe popolare, dato il profondissimo odio che circondava il presidente Carlos Andres Perez colpevole di una repressione contro le manifestazioni anti-austerità del febbraio 1989 che portò a 400-1.000 morti) all’associazione con la sinistra venezuelana nel 1996 fino alla vittoria elettorale due anni dopo, Wilpert analizza se e in che misura sia giustificato affermare che il Venezuela “chavista” sia qualcosa di diverso da una mera politica socialdemocratica di izquierda permitida. Wilpert non conclude in modo netto su questo terreno: sottolinea gli elementi che fanno optare per una caratterizzazione di “sinistra radicale” del regime di Chavez, ma al contempo ne mette in luce i limiti.

In primo luogo Wilpert fa piazza pulita di critiche “interessate” a Chavez: la sinistra venezuelana che si associò nelle elezioni del 1998 a Chavez e che successivamente ruppe con lui, ruppe per il radicalismo di Chavez, non per altri fattori. Inoltre l’associazione di Chavez con un personaggio sinistro come il fascista argentino Norberto Ceresole terminò già nel 1999, con l’espulsione di Ceresole dal Venezuela. Wilpert distingue nell’azione del governo venezuelano “riforme riformistiche” (che lasciano il sistema politico ed economico intatto, pur migliorando la vita di molte persone) e “riforme antiriformistiche”, o “politiche trasformative” (che oltre a migliorare la vita delle persone aprono delle brecce in direzione di cambiamenti del sistema politico ed economico).

Secondo Wilpert i mutamenti apportati da Chavez a livello costituzionale, giudiziario e militare devono essere rubricati nel campo delle “riforme riformistiche”, pur riconoscendo l’inedito cambiamento costituzionale di riduzione del potere dell’esecutivo. L’istituzione delle “assemblee di quartiere” e di una serie di strumenti finalizzati a una maggiore partecipazione dei cittadini nella gestione dello stato, nel quadro di un progetto di democrazia partecipativa, è invece secondo Wilpert una politica trasformativa perché possono diventare (e in una certa misura sono diventati) strumenti di organizzazione delle comunità con un effettivo potere. A livello di politica economica gli interventi nelle politiche petrolifere e macroeconomiche sono per lo più “riforme riformistiche” (pur migliorando in modo decisivo la vita di molti venezuelani), mentre è nel campo dell’economia sociale che si possono riconoscere interventi in rottura con il sistema politico-economico vigente, con la promozione di cooperative, fabbriche cogestite, imprese socialiste e progetti di sviluppo endogeno. Tutto questo settore di “economia sociale” (in cui sono largamente predominanti le cooperative) coinvolge per ora solo circa il 10% della forza-lavoro complessiva (e una frazione ben inferiore del Pil), ma indica una via diversa dalla proprietà privata e dalla pianificazione statale, con una allocazione delle risorse alternativa a quella operata dal mercato. Infine a livello di politica sociale le misure intraprese sono non solo di tipo redistributivo, ma ricercano anche la partecipazione delle comunità all’implementazione di queste misure. La componente trasformativa dei programmi sociali non sta nell’esistenza di questi programmi, ma nel modo in cui sono implementati. Il limite intrinseco è il fatto che questi programmi non sono garantiti per legge (ma da decreti presidenziali), diventando così potenzialmente strumenti di interessi di parte o di patronato, di meccanismi clientelari.

I risultati sociali del regime di Chavez sono stati impressionanti: la povertà è scesa dal 50,5% al 23,8%, la mortalità infantile è scesa dal 21,4 al 13,9 per mille, l’indice della diseguaglianza è sceso del 20%, più di un milione di venezuelani hanno goduto della riforma agraria, centinaia di migliaia di persone sono state alfabetizzate, ecc. In nessun paese dell’America latina è stato fatto anche solo una frazione di tutto questo. Vero è che tutto questo è stato realizzato grazie a un periodo di alti prezzi del petrolio. Un altro punto debole del Venezuela, oltre alla totale dipendenza dall’esportazione del petrolio, è il fatto che dal 1998 le relazioni sociali predominanti non sono sostanzialmente mutate: il 70% dell’economia venezuelana rimane privata, in mano alla borghesia, che continua a dominare economicamente. Infine il regime bolivariano rimane largamente dipendente dalla persona di Hugo Chavez, dipendenza non mutata nella sostanza dalla formazione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) nel dicembre 2006. Con la morte di Chavez si apre un nuovo periodo, denso di incognite. Segnalo a titolo di aggiornamento l’analisi del risultato elettorale dell’ottobre 2012 fatta da Franck Gaudichaud (“Tensions: nationalisme populaire, conquetes sociales et capitalisme rentier”), curatore a suo tempo di un importante libro sulla sinistra latinoamericana (Le volcan latino-américain. Gauches, mouvements sociaux et néolibéralisme en Amérique latine, Paris, Editions Textuel, 2008), l’analisi impietosa della politica estera di Chavez (a cui Wilpert dedica poco spazio) fatta da Jean-Philippe Divès nel dicembre 2012 (“Les ressorts d’une politique extérieure erratique”), e una prima valutazione sulla congiuntura post-Chavez da parte di Jeffery R. Webber (“Chronicle of a Death Foretold: The Post-Chávez Venezuelan Conjuncture”). Datato, ma sempre importante, è infine il saggio del 2010 di William I. Robinson (“The Challenges of 21st Century Socialism in Venezuela”), autore del volume Latin America and Global Capitalism: A Critical Globalization Perspective, Johns Hopkins University Press, 2008.

Alla situazione boliviana è dedicato un lungo e denso saggio di Jeffery R. Webber (“From Left-Indigenous Insurrection to Reconstituted Neoliberalism in Bolivia: Political Economy, Indigenous Liberation, and Class Struggle, 2000-2011”), autore di From Rebellion to Reform in Bolivia. Class Struggle, Indigenous Liberation, and the Politics of Evo Morales, Chicago, Haymarket Books, 2011 e di Red October: Left-Indigenous Struggles in Modern Bolivia, Leiden, Brill, 2011/Chicago, Haymarket Books, 2012.

Il saggio di Webber si apre con una dettagliata analisi della traiettoria e del carattere del ciclo di rivolte indigene e di sinistra tra il 2000 e il 2005 (un’ “epoca rivoluzionaria”): dalla guerra dell’acqua di Cochabamba del 2000, alle insurrezioni contadine Aymara del 2000 e del 2001, dalle rivolte antitasse del febbraio 2003 alle guerre del gas del 2003 e del 2005. Il 18 dicembre 2005, con il 54% dei voti, viene eletto presidente della repubblica Evo Morales (del Movimiento al Socialismo, MAS), rieletto nel dicembre 2009 con il 64% dei voti. Morales è il primo presidente indigeno nella storia della repubblica, in un paese dove il 62% della popolazione si autoidentifica come indigena.

La seconda parte del saggio di Webber analizza la politica neoliberale sviluppata dal MAS dal 2006 al 2010: dalla fine degli anni ‘990 il MAS aveva cambiato radicalmente le proprie basi ideologiche e le proprie prospettive programmatiche, e dal 2002 aveva adottato un modello di stadi rivoluzionari molto rigido, secondo cui sarebbe possibile una decolonizzazione culturale delle relazioni razziali, ma non un passaggio al socialismo, rinviato alle generazioni future (tra 50-100 anni secondo l’ideologo del MAS, e vice-presidente della Bolivia, Garcia Linera). Il compito del presente sarebbe la costruzione di un “capitalismo andino-amazzonico”, grazie a uno stato forte che trasformerebbe settori di attuale piccola borghesia indigena in una futura forte borghesia locale, con un periodo di intensa industrializzazione (grazie ai redditi ottenuti dall’esportazione di materie prime, in primo luogo gas e minerali) che creerebbe le precondizioni di una futura società socialista. Gli attuali cambiamenti culturali, democratici, nelle relazioni etniche non devono implicare nessuna trasformazione radicale a livello economico del modello neoliberale precedente, né nessuna modificazione rivoluzionaria nelle strutture politiche di dominio e di oppressione (attualmente una polemica su questi argomenti si è sviluppata in Bolivia: si veda il saggio-libro di Linera “Geopolítica de la Amazonía. Poder hacendal-patrimonial y acumulación capitalistae la critica da parte di Raúl Prada Alcoreza “Crítica a la geopolítica extractivista. Miseria de la geopolítica”). Con questa prospettiva non è una sorpresa scoprire che sotto la presidenza Morales la politica fiscale rimane molto rigida, la spesa sociale particolarmente bassa, la diseguaglianza sociale scende di solo il 5% ma senza toccare il settore più ricco (il 10% della popolazione si appropriava e si appropria del 44% del reddito nazionale sia nel 1999, sia nel 2007) – il contrasto con la situazione venezuelana non potrebbe essere più evidente. La stragrande maggioranza delle miniere boliviane sono di proprietà e sotto la gestione del capitale internazionale (indiano, coreano, giapponese, canadese, statunitense e svizzero), mentre la “flessibilità” (precarietà) viene riprodotta nel mercato del lavoro.

La terza e ultima parte del saggio di Webber analizza le contraddizioni di classe inerenti al ricostituito modello di sviluppo neoliberale di Morales-Linera, con l’analisi dei conflitti e degli scioperi dell’ottobre e del dicembre 2006, del maggio 2010, del luglio-agosto 2010, fino al gasolinazo del dicembre 2010. In queste occasioni la presidenza e il governo boliviano furono molto aggressivi nell’affrontare le azioni dei lavoratori e delle comunità indigene (“usano un linguaggio di sinistra ma sono espressione della destra, uno strumento degli Stati uniti contro la democrazia boliviana e il suo presidente”), ma non riuscirono a evitare una progressiva frattura tra lo stato boliviano e le masse popolari: la popolarità di Evo Morales è crollata dall’84% del 2007 al 36% del gennaio 2011. Così conclude Webber: “La speranza per il futuro della Bolivia è nella schiacciante maggioranza delle classi popolari indigene urbane e rurali, nella loro organizzazione e nella loro lotta indipendente contro lo sfruttamento capitalista e l’oppressione etnica, nella prospettiva di una liberazione indigena congiunta all’emancipazione socialista, così come si è realizzato su larga scala tra il 2000 e il 2005”.

La situazione ecuadoregna viene analizzata da Marc Becker (“Ecuador: Indigenous Struggles and the Ambiguities of Electoral Power”), autore di Pachakutik: Indigenous Movements and Electoral Politics in Ecuador, Rowman & Littlefield Publishers, 2011/2012 e gestore di un sito web personale molto ricco di materiali: http://www.yachana.org.

Becker ricorda come l’Ecuador sia uno dei paesi più instabili di tutta l’America latina: dal 1997 al 2007 si sono avvicendati al potere ben dieci primi ministri. I movimenti popolari ecuadoregni hanno acquisito un’eccezionale capacità a rovesciare governi che agiscono contro i loro interessi, ma hanno incontrato un compito ben più difficile nel costruire un’alternativa in positivo. Becker rintraccia gli avvenimenti che portarono all’elezione di Rafael Correa nel 2006, e il rapporto di sfiducia reciproca che lo oppone fin da allora ai moviment indigeni radicalizzati, riuniti nella Confederacion de nacionalidades indigenas del Ecuador (CONAIE), in particolare con il suo braccio politico Movimiento Unidad Plurinacional Pachakutik. Per Becker “mentre Correa può essere parte di un’emergente izquierda permitida che divide e coopta chi da sinistra sfida il potere, i movimenti sociali e le organizzazioni indigene hanno una visione più radicale per cambiamenti fondamentali, strutturali, contro l’imperialismo, il neoliberalismo e gli accordi di libero scambio. Sia Correa che le organizzazioni indigene si oppongono all’imperialismo e al capitalismo, ma i movimenti sociali sono più aggressivi del presidente nell’appoggiare le classi sfruttate e oppresse, non solo con meccanismi redistributivi, ma incoraggiando la capacità popolare ad auto-organizzarsi, per aumentare il potere sociale collettivo dal basso. I movimenti sociali organizzati si trovano spesso su posizioni molto più radicali di quanto Correa sia disposto ad accettare”. Tuttavia “il carisma personale di Correa e il suo discorso populista di sinistra ha smobilitato la sinistra, lasciando i movimenti popolari in una situazione peggiore di prima della sua ascesa al potere”. In modo simile alla situazione boliviana i problemi di razza vengono privilegiati rispetto a quelli di classe: “la soluzione è di abbracciare le differenze culturali piuttosto di affrontare le diseguaglianze economiche”; e sulla strategia economica Correa, come Morales e Linera, propugna una “politica estrattivista” che incontra l’opposizione di ambientalisti e indigeni. Correa tuttavia, a differenza dei suoi colleghi boliviani, ha attuato una politica redistributiva molto più spinta, riducendo significativamente i tassi di povertà.

Nel febbraio 2013 Correa è stato rieletto con il 57% dei voti: un commento pre-elettorale di Marc Becker è rintracciabile in “Correa and Ecuador’s Left”, mentre una sua nota informativa post-elettorale è “Ecuador’s Rafael Correa Re-elected by a Wide Margin”.

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