AMERICA LATINA / Jeffery R. Webber e Barry Carr (a cura di), The New Latin American Left. Cracks in the Empire, Rowman & Littlefield Publ., 2012, 395 pp. Rassegna (II)

a cura di Ilario Salucci

Susan Spronk sostiene che il vecchio, intrattabile dilemma di una politica di sinistra continua a riemergere: come affrontare le cause anziché i sintomi della diseguaglianza? Su questo si sofferma Claudio Katz, in un saggio originariamente pubblicato nel 2007 dalla rivista Monthly Review (http://monthlyreview.org/2007/09/01/socialist-strategies-in-latin-america).

“Dopo anni di silenzio, la discusssione strategica riemerge nella sinistra latinoamericana, che ancora una volta analizza caratterizzazioni e azioni da intraprendere per avanzare verso l’obiettivo socialista. Questa riflessione comprende sei grandi temi: (1) condizioni materiali; (2) rapporti di forza; (3) soggetti popolari; (4) coscienza popolare; (5) quadro istituzionale; (6) organizzazione degli oppressi.”

Sul primo tema Katz inizia con una controversia classica: “Le forze produttive in America Latina sono maturate a sufficienza per permettere una trasformazione anti-capitalista? Le risorse, le tecnologie, le qualificazioni esistenti sono sufficienti per iniziare un processo socialista? I paesi della regione sono meno preparati delle nazioni sviluppate per affrontare questo cambiamento – ma sono anche più pressati a farlo. Soffrono di disastri nutrizionali, educativi e sanitari ben più intensi delle economie avanzate, ma hanno meno risorse materiali a loro disposizione per risolvere questi problemi. Questo paradosso è la conseguenza della situazione periferica dell’America Latina, con conseguente arretratezza agricola, frammentazione industriale e dipendenza finanziaria. A sinistra ci sono state due risposte tradizionali a questo dilemma: promuovere uno stadio capitalistico progressista, o iniziare una transizione socialista che tenga conto delle insufficienze della regione. L’opzione socialista non è un programma keynesiano per superare le congiunture recessive. E’ una piattaforma per superare lo sfruttamento e le diseguaglianze inerenti al capitalismo. Cerca di abolire povertà e disoccupazione, sradicare i disastri ambientali, e metter fine agli incubi delle guerre e dei cataclismi finanziari che arricchiscono una minuscola percentuale di milionari a spese di milioni di individui. Una obiezione a iniziare dei processi socialisti sottolinea gli ostacoli posti dalla globalizzazione: l’attuale internalizzazione del capitale renderebbe impossibile la sfida anti-capitalista in America Latina. In realtà solo coloro che concepiscono la costruzione del socialismo come una ‘concorrenza tra due sistemi’ possono vedere la globalizzazione come un ostacolo maggiore. Questo approccio è un’eredità della teoria del ‘campo socialista’ proclamata dai sostenitori del vecchio modello Sovietico.”

Sul secondo tema (rapporti di forza) Katz afferma: “La correlazione di forze in America Latina è determinata dalle posizioni, vinte, minacciate o perse, di tre settori: le classi capitaliste locali, la massa degli oppressi, e l’imperialismo statunitense. Durante gli anni ‘990 il capitale ha scatenato un’offensiva globale contro il lavoro. In America Latina vi sono state delle peculiarità. I capitalisti hanno partecipato attivamente all’assalto neoliberale, ma alla fine hanno sofferto delle conseguenze di questo processo. Hanno perso posizioni competitive con l’apertura dei mercati e si sono trovati senza difese contro i loro concorrenti internazionali grazie alla denazionalizzazione degli apparati produttivi. Le crisi finanziarie hanno indebolito l’establishment, e ridotto la sua presenza politica diretta. La destra si è trovata quindi in minoranza, e governi di centro-sinistra hanno sostituito molti governi conservatori nelle amministrazioni nazionali (soprattutto nel Cono sud). Le élites capitaliste non decidono più impunemente l’agenda regionale. Una crisi del neoliberalismo, che può portare a un declino strutturale di questo progetto, li ha colpiti. Grandi sollevazioni popolari, che hanno determinato la caduta di diversi capi di stato nel sudamerica, hanno modificato i rapporti di forza a livello regionale. Sollevazioni in Bolivia, Ecuador, Argentina e Venezuela hanno colpito la totalità delle classi dominanti. Hanno sfidato l’aggressività delle classi dominanti e hanno imposto in molti paesi dei compromessi con le masse. La correlazione di forze in America Latina è molto diversificata, ma vi è una generale ondata di iniziative popolari nell’intera regione.

Mutamenti nella dominazione dall’alto, nella combattività dal basso, e nel comportamento del gendarme esterno obbligano a rivedere una tradizionale diagnosi fatta da vari teorici di sinistra, che sottolineano gli attuali ostacoli al socialismo contrapponendo un periodo favorevole iniziato con la rivoluzione cubana (1959) a quello sfavorevole iniziato con il crollo dell’Urss (1989-91) Il primo ciclo – rivoluzionario e anti-imperialista – sarebbe stato sostituito da una fase di regressione conservatrice. Questo schema è ancora valido? Il clima politico attuale in molti paesi sembra contraddire questa visione a tutti i tre livelli della correlazione di forze. Prima di tutto i capitalisti locali hanno perso la loro fiducia aggressiva che avevano nel passato decennio. In secondo lugo l’intensità delle lotte sociali – misurate dalla loro ampiezza e dall’immediato impatto politico – ha molto in comune con le resistenze degli anni ‘960 e ‘970. In terzo luogo gli ostacoli che l’imperialismo incontra a intervenire sono evidenti. L’esistenza o la scomparsa dell’Urss costituisce un elemento di analisi che non impatta la correlazione di forze. E’ importante ricordare che una burocrazia ostile al socialismo era ai vertici di questo regime ben prima che si riconvertisse in una classe capitalista. Si confrontò con gli Usa in una partita a scacchi mondiale, ma appoggiò movimenti anti-imperialisti solo in funzione dei suoi interessi geopolitici. Non fu quindi un motore del progetto anti-capitalista. Le differenze con gli anni ‘970 esistono e sono importanti, ma non sono relative alla correlazione di forze.”

Sul terzo tema ( soggetti popolari) “alcuni teorici credono che attualmente in America Latina ‘non esiste nessun soggetto che possa realizzare il socialismo’. Questi teorici non definiscono in modo preciso cosa esattamente manchi. La risposta implicita è la debolezza della classe operaia regionale, che rappresenta una piccola percentuale della popolazione a causa del sottosviluppo capitalistico. Questi teorici sostengono che l’obiettivo del socialismo sarà realistico solo con l’emergere di una più grande classe operaia.” Per Katz invece “l’assimilazione delle tradizioni di lotta è più importante per un processo anti-capitalistico che la gerarchia dei soggetti che vi partecipano. Se le esperienze di resistenza sono condivise, le potenzialità per un cambiamento rivoluzionario crescono. Un esempio di tale condivisione è stata la conversione di ex-lavoratori argentini in militanti di un grande movimento di disoccupati. Un altro esempio è stata la trasformazione di ex-minatori boliviani in organizzatori di lavoratori informali. Il passaggio di status (da sfruttato a oppresso, e viceversa) non fa differenza se il livello di combattività permane e se i canali dell’attivismo popolare sono costantemente rinnovati. Questo secondo aspetto è più importante per un progetto socialista che ogni cambiamento nelle configurazioni sociali. L’analisi sociologica non deve rimpiazzare la caratterizzazione politica di un processo rivoluzionario”. “Il problema del soggetto assente tende a generare dibattiti sterili. Trovare le vie per garantire l’unità tra oppressi e sfruttati è ben più importante delle discussioni su quale tra i due potrà essere il maggior protagonista nel balzo verso il socialismo”.

Sul quarto tema (coscienza popolare) Katz sostiene che “sradicare il capitalismo è un progetto che dipende in tutto e per tutto dal livello di coscienza degli oppressi. Solo le loro convinzioni possono guidare un processo di lotta verso il socialismo. Il punto di vista che questa trasformazione sia un processo storico inevitabile ha perso consenso intellettuale e politico. O il socialismo sarà una creazione volontaria delle grandi maggioranze, o non emergerà mai. L’esperienza del ‘socialismo reale’ illustra quanti danni possa creare sostituire il paternalismo dei funzionari all’iniziativa del popolo. Ma la coscienza degli oppressi è soggetti a forti variazioni. Due forze opposte influenzano il suo sviluppo: le lezioni acquisite dagli sfruttati nella loro resistenza al capitale, e lo scoraggiamento a causa della pesantezza del lavoro, dell’ansietà per la sopravvivenza e dell’alienazione quotidiana. La generazione odierna di latinoamericani non cresce come i loro genitori in un contesto segnato da trionfi rivoluzionari. Questa assenza di riferimenti anti-capitalisti vincenti, vicina alle loro esperienze personali immediate, spiega perché si allontanino spontaneamente da un progetto socialista. La grande differenza tra l’attuale periodo e quello degli anni 1960-80 sta a questo livello di coscienza politica, non nella correlazione di forze o nel cambiamento dei soggetti popolari. Quello che è sostanzialmente cambiato non è l’intensità dei conflitti sociali, la prontezza a lottare degli oppressi, o la capacità di controllo dei oppressori, ma la visibilità di, e la fiducia in un modello socialista. In ogni modo, è evidente che un impulso a ricostruire il programma di emancipazione ha rimpiazzato il clima di delusione. La posizione filo-socialista di vari movimenti popolari lo conferma. Il grande problema a cui oggi siamo confrontati è: in quale misura questo progetto è stato assimilato dalle nuove generazioni che hanno diretto le ribellioni dell’ultimo decennio? L’anello mancante a livello regionale è la connessione anti-capitalista, e questa mancanza ha finora inibito la radicalizzazione della coscienza popolare. Un aperto dibattito sul socialismo nel XXI secolo può avere, a questo proposito, un ruolo decisivo.”

Il quinto tema è quello del quadro istituzionale. “La maggior parte dei regimi esistenti sono plutocrazie al servizio dei capitalisti, in cui nulla esiste di una democrazia reale. Le istituzioni di questi sistemi hanno commesso abusi sociali che molte dittature neppure sognavano. Queste aggressioni hanno svuotato il sistema della sua legittimità, ma non hanno portato la gente a rigettare il regime costituzionale nel modo in cui hanno rigettato le vecchie tirannie. Questo mutamento del modo di dominazione capitalista ha effetti contraddittori sull’attività della sinistra latinoamericana. Da un lato allarga le possibilità di azione in un contesto di libertà civili. Dall’altro impone un quadro contrassegnato dalla fiducia che i capitalisti hanno nelle istituzioni del loro sistema. Un regime che limita, e al contempo consolida il potere degli oppressori, comporta una grande sfida alla sinistra, soprattutto quando questa struttura è vista dalla maggioranza come il naturale modus operandi di ogni società moderna. Il quadro costituzionale altera in modo significativo il contesto dell’attività di sinistra, che per decenni è stato diretto contro tirannie militari. La battaglia nel sistema attuale non è semplice perchè l’istituzionalismo corrente rinnova il dominio borghese per molteplici vie. Questa flessibilità ha inizialmente sconcertato una generazione di militanti, pronta a combattere contro un nemico dittatoriale estremamente brutale ma non ambiguo. Alcuni attivisti sono stati demoralizzati da queste difficoltà, e hanno finito per accettare le accuse della destra, autoflagellandosi per la loro precedente ‘sottovalutazione della democrazia’, dimenticando che le libertà civili erano una conquista della resistenza popolare (e non della partitocrazia borghese complice dell’autoritarismo). Il quadro costituzionale ha indotto altri militanti a proclamare la fine dell’ ‘utopia rivoluzionaria’ e l’inizio di una nuova era di progressi graduali verso un futuro post-capitalista, ritornando allo schema gradualista e proponendo di iniziare la strada che porta al socialismo con l’accordo degli oppressori. Ma il confronto con il costituzionalismo ha anche generato effetti positivi negli ultimi anni. Ha portato, ad es., a discutere a sinistra sulla forma che una genuina democrazia dovrebbe avere sotto il socialismo. Questa riflessione ha introdotto un cambiamento importante nel modo di concettualizzare la prospettiva anti-capitalista. Negli anni ‘970 la democrazia era un tema omesso, o sostenuto solo dai critici della burocrazia Sovietica. Oggi nessuno evita questo problema. Il socialismo ha cessato di essere immaginato come un prolungamento della tirannia che regnava nell’Urss, e ha iniziato a essere percepito come un regime di partecipazione crescente e di controllo popolare. Di fronte al falso dilemma se accettare o ignorare le regole del costituzionalismo, c’è una terza via: combinare l’azione diretta con la partecipazione elettorale. Con questo approccio, si rendono compatibili i tempi del sorgere del potere popolare – un elemento obbligatorio in ogni processo rivoluzionario – con la maturazione di una coscienza socialista, che in una certa misura si elabora attraverso l’arena costituzionale.”

Il sesto e ultimo tema è quello relativo all’organizzazione degli oppressi. “La coscienza popolare si esprime nell’organizzazione. L’organizzazione degli oppressi è essenziale alla trasformazione anti-capitalista, perché senza organizzazioni gli sfruttati non possono far nascere un’altra società. Movimenti e partiti costituiscono due modalità dell’organizzazione popolare contemporanea. Entrambi sono essenziali allo sviluppo delle convinzioni socialiste. Rinforzano la fiducia nell’auto-organizzazione, e elaborano le norme di funzionamento collettivo del futuro potere popolare. Nessun progetto di emancipazione può svilupparsi solo a livello sociale, né può farlo senza le specifiche piattaforme – i legami tra le richieste e le strategie per il potere – che solo i partiti possono avere. Questo tipo di organizzazione permette di superare i limiti di una ribellione spontanea. Il partito facilita la maturazione di una coscienza anti-capitalista che non emerge spontaneamente dalle azioni di protesta, ma richiede un certo tipo di elaborazione per trasformare la lotta per miglioramenti immediati in una lotta per obiettivi socialisti.”

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