MEDIO ORIENTE-AFRICA / L’Egitto in marcia verso una seconda rivoluzione

Jacques Chastaing aggiorna, il 28 gennaio scorso, la sua analisi degli avvenimenti egiziani sul sito della rivista Carré Rouge(1). La tesi centrale di Chastaing è che “ciò che determina in ultima analisi tutti gli avvenimenti in Egitto, compresi quelli del dicembre 2012 e del gennaio 2013, è la lotta di classe condotta dagli sfruttati. Il numero di scioperi che hanno segnato i due anni della rivoluzione è il più importante della storia dell’Egitto e le autorità hanno censito 2.000 scioperi in Egitto solo nei due mesi di settembre e ottobre 2012. La lotta degli operai e degli sfruttati pesa in modo considerevole sulla vita politica. Modifica le relazione dell’islam con la laicità, della democrazia con la dittatura, e le alleanze ai vertici, che siano dell’esercito con i Fratelli Musulmani, o adesso con i liberali, i socialisti nasseriani e i democratici. Ma più di questo, nella misura in cui le illusioni sulle promesse dell’islam politico o della democrazia partecipativa si usurano, queste lotte sociali che, da lungo tempo e senza interruzioni, non riguardano solo questioni economiche ma anche politiche, minacciano le autorità con lo spettro di una seconda rivoluzione, stavolta chiaramente sociale”.

“La debolezza del movimento sociale fino ad oggi è l’assenza di rappresentanti politici. E’ la minaccia di questa maturazione politica che è la causa dello stato febbrile dei vertici da mesi e delle numerose svolte della situazione. E’ questo timore che ha fatto sì che il fronte condotto dai liberali abbia preferito rifugiarsi a dicembre nel girone referendario dei Fratelli musulmani piuttosto che lasciarsi portare al potere da una insurrezione popolare. E’ la realtà delle lotte sociali che rende l’Egitto così sorprendente, se non incomprensibile, a tutti coloro che hanno una visione istituzionale degli avvenimenti o non sanno utilizzare come griglia di lettura che quella dei democratici, l’opposizione dei religiosi ai laici e/o dei Fratelli musulmani all’esercito. Questo non vuol dire che questi ultimi aspetti non contino, o anche non abbiano una certa autonomia e una propria logica, ma, tutti, in un grado o in un’altro, dipendono dalla profondità della lotta di classe e dalla progressione della coscienza politica delle classi sfruttate. L’esercito e gli islamisti sono avversari ma si alleano dal momento in cui si sentono minacciati dalle classi sfruttate. E lo stesso è tra liberali laici e islamisti. E’ la progressione di questa coscienza o più esattamente il riflesso della paura che essa provoca nelle classi dominanti e i loro partiti che noi misuriamo in ogni avvenimento”.
“In dicembre, la gioventù, il popolo minuto delle città e delle campagne incendiava o devastava i locali del Partito della Libertà e della Giustizia dei Fratelli musulmani, arrivando a cacciare dalle moschee i suoi rappresentanti più conosciuti. Il regime che aveva cercato di concedersi i pieni poteri a fine novembre era senza vie di scampo. Il 4 dicembre, Morsi fugge dal suo palazzo presidenziale assediato da 750mila manifestanti.” Secondo Chastaing, nel dicembre scorso Morsi, ribattezzato dagli egiziani Morsilini (Morsi come Mussolini), è stato “salvato dall’opposizione liberale, socialista nasseriana, democratico rivoluzionaria e di sinistra. Quest’ultima si è unita in questa occasione in un Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) di 18 partiti sotto la direzione dei liberali non per prolungare la volontà popolare di far cadere il regime, ma al contrario per deviare la collera della strada nelle urne del referendum costituzionale proposto da Morsi come ultima carta per salvare il proprio regime”. Ma il risultato del referendum “ha soprattutto reso visibile il formidabile fossato tra il popolo egiziano e tutti i partiti istituzionali. Non solo circa l’80% degli elettori non hanno votato ‘sì’, ma circa il 70%, rifiutando di partecipare a questa farsa elettorale, ha sconfessato al contempo potere e opposizione ufficiale. L’insieme dei partiti è stato messo in minoranza dal popolo”.
“A fine gennaio sono numerosi i commissariati o le sedi governative e altri simboli pubblici dell’autorità che vengono bruciati, malgrado la repressione feroce attuata dalla polizia, che fa di nuovo diverse decine di morti e centinaia di feriti. Il 26 gennaio, di sera, davanti all’ampiezza e alla radicalità delle manifestazioni, Morsi decreta lo stato d’emergenza, impone il coprifuoco dalle 21 alle 6 del mattino, e lascia ogni autorità ai militari nelle tre città del canale di Suez, Port Said, Ismailya e Suez, dove le manifestazioni hanno assunto un corso insurrezionale. Immediatamente il coprifuoco è sfidato, schernito dalla popolazione di queste città, e di molte altre in solidarietà, che decide di fare del coprifuoco un sinonimo di scendere in massa nelle strade. Dalle semplici conversazioni tra vicini fuori dai condomini, passando per incontri di calcio notturni, fino a manifestazioni massiccie, il popolo egiziano dice chiaramente a Morsi: tu sei forse ancora al governo, ma non hai più nessuna autorità”. “Nelle manifestazioni di fine gennaio 2013 più nessun partito né dirigente dell’opposizione ha una qualche autorità sul movimento. A Piazza Tahir i tradizionali tribuni dei partiti sono scomparsi, solo uno “strillone” pubblico, dagli altoparlanti, informa la folla dando le notizie delle diverse manifestazioni, nelle varie città, e arringa la folla con “Abbasso il Morshid”… Segno e sintomo dei tempi, solo i gruppi dei tifosi di calcio Ultra e i gruppi di manifestanti radicali apparsi a fine gennaio, autobattezzatisi Black Bloc, talvolta chiamati ‘guardia rivoluzionaria’ dalla stampa, mantengono l’adesione dei manifestanti ed esprimono, in fondo, il sentimento politico predominante. Più nessuno crede alle soluzioni dell’islam, della democrazia rappresentativa o delle vie pacifiche”. In questa situazione il FSN, dopo aver applaudito allo stato d’urgenza proclamato da Morsi, il 28 gennaio si trova costretto a fare marcia indietro, rinunciando al “dialogo nazionale” proposto da Morsi.
“Non si sa se Morsi sarà sostenuto ancora per molto tempo dall’esercito, o se quest’ultimo, come nel febbraio 2011 aveva abbandonato Mubarak, così lo lascerà cadere a profitto di una coalizione di liberali, socialisti nasseriani e democratici. Ma ricordiamo che la scelta dell’esercito, nel febbraio 2011, fu motivata dalla minaccia di uno sciopero generale. Adesso, anche se i Fratelli musulmani sono odiati dalla maggior parte della popolazione, rappresentano tuttavia per i possidenti, grazie all’influenza che possono ancora avere con la religione, le moschee e i loro due milioni di membri, una garanzia più solida dell’alleanza con i laici, che non hanno un apparato del genere, tanto più che questi ultimi hanno già perso una buona parte della loro credibilità. L’esercito non abbandonerà i Fratelli musulmani se non di fronte a una seconda rivoluzione imminente, con la dissoluzione di ciò che resta dell’apparato statale. Cioè, come nel 2011, la minaccia di una sollevazione popolare che non prenda solo piazze e strade, ma anche fabbriche, uffici, banche. Questa minaccia ora si avvicina, nel risorgere nelle manifestazioni dell’obiettivo iniziale della rivoluzione, ‘pane, libertà e giustizia sociale’. Nella collera sociale che cresce e si estende ovunque, perché due anni di rivoluzione non hanno cambiato niente per i poveri, con l’inflazione divenuta minacciosa e con il potere che si appresta a vietare una volta di più scioperi e manifestazioni, per preparare un drastico rialzo delle tasse sui prodotti di consumo corrente”. “Gli scioperi sono economici, e riguardano aumenti di salario, l’assunzione dei precari, talvolta la nazionalizzazione. Questi scioperi si accompagnano spesso, da parte degli scioperanti ma anche della popolazione, a blocchi stradali, di ferrovie, amministrazioni, commissariati di polizia, ministeri, occupazioni di luoghi pubblici, attacchi con bottiglie molotov ai palazzi dello Stato, sequestri di responsabili, boicottaggio del pagamento delle bollette dell’acqua e dell’elettricità, sommosse, ecc. Ma, fin dall’inizio, questi scioperi hanno anche un carattere politico, esigendo spesso che i direttori delle fabbriche o dei servizi, a tutti i livelli, siano fatti ‘sloggiare’ come era stato fatto con Mubarak. Così i salariati delle fabbriche sotto comando militare (l’esercito possiede tra il 20 e il 40% dell’economia) esigono che più nessun ufficiale partecipi a istanze di direzione, qualsiasi esse siano”.
La conclusione di Chastaing è che “le classi popolari mostrano nei fatti che vogliono completare la rivoluzione del gennaio 2011 che aveva fatto ‘sloggiare’ Mubarak con una rivoluzione sociale facendo adesso sloggiare tutti i piccoli Mubarak, di tutti i tipi, tutti i gradi e di tutti i settori, perché in fondo niente è cambiato per loro, se non il diritto di dirlo. Ma benché le grandi date della rivoluzione si siano costruite da due anni attorno a movimenti sociali e che una grande parte degli scioperi avessero una espressione politica da molto tempo, sono stati tuttavia principalmente gli obiettivi democratici (libertà d’espressione, di stampa, elezioni, costituzione, ecc.) che sono stati finora in prima fila nella scena politica. Si può riassumere questo paradosso constatando il fatto che il proletariato non aveva nessuna organizzazione politica che fosse sua propria, e che gli permettesse di difendere le proprie esigenze politico-economiche. Ha costruito le proprie organizzazioni sindacali, ma riponeva la speranza della propria emancipazione in altre forze sociali e politiche che – tutte – confinano la classe operaia alle rivendicazioni economiche o a false soluzioni nazionali di una economia egiziana forte costruita sulla base di una alleanza tra lavoratori e padroni patriottici. Oggi la dimensione politica della spinta sociale si fa più pressante proporzionalmente al declino delle illusioni democratiche e religiose e alle evoluzioni dei militanti del movimento sociale attraverso le possibilità che hanno conquistato di riunirsi e di esprimersi.”
“La situazione rende le classi popolari sempre più disponibili per una coscienza politica radicale. Alle presidenziali del maggio 2012, il movimento operaio presentava due candidati, mentre il candidato socialista (nasseriano) sorprendeva tutti ottenendo il miglior risultato nelle grandi città e nei quartieri popolari un tempo in mano agli islamisti. Si può misurare un’altra espressione di questa maturazione nei tentativi dei tifosi Ultra dei club calcistici di costruire un partito “Ultras della piazza Tahir”, e nell’attuale successo di questi feroci nemici dell’esercito e dei Fratelli, ferro di lancia della rivoluzione, acclamati ovunque si presentano.
Non vi è alcun dubbio che questa nuova generazione di giovani militanti e di operai rivoluzionari che sorge dal suolo operaio e che lo feconda, inquieta il potere che ben comprende che l’istituzionale socialismo nasseriano rischia di non essere altro che una tappa verso uno più radicale.
Tanto più che, se fino ad oggi la questione democratica ha tenuto il davanti della scena rivoluzionaria, oggi, per la maggioranza degli egiziani, poco importa della forma del regime, parlamentare, presidenziale, civile o teocratico… Vedono la corruzione ovunque e sono ansiosi prima di tutto della ricerca di un lavoro che ti faccia mangiare, di una vita degna e di una giustizia sociale per la quale hanno pagato con la loro vita.
Con lo ‘sganciamento’ della rivoluzione sociale da quella democratica nel dicembre 2012, non c’è dubbio che si è aperto un nuovo periodo. Così nel gennaio 2013 tutti i partiti del FSN, dai liberali fino ai democratici del ‘movimento 6 aprile’ hanno perduto larga parte del loro credito. La logica della situazione, la sfiducia nei confronti dei militanti dei ‘grandi’ partiti, dovrebbe condurre le classi popolari a cercare di costruire i propri strumenti di potere popolare nei quartieri, le fabbriche o i campi, mentre la macchina statale inizia a incepparsi a tutti i livelli.
Un voto ‘socialista’ in giugno, uno sganciamento dei partiti ufficiali laici in dicembre, l’esigenza politica degli scioperi di far ‘sloggiare i piccoli Mubarak’, un’avanguardia che cerca le vie di una seconda rivoluzione, il caos politico al vertice, quelli che sono in basso che non vogliono più e quelli che stanno in alto che non possono più – non ci sono forse tutti i germi di una marcia verso combattimenti la cui posta in gioco sarà il potere popolare?”

(1) L’Égypte en marche vers une deuxième révolution, 28 gennaio 2013; Jacques Chastaing segue regolarmente l’evolversi della situazione egiziana dal 2011. Dopo il suo articolo “Egypte: notes sur une révolution en marche” (aprile 2011) sono apparsi numerosi altri saggi, articoli e note informative rintracciabili sul sito di Carré Rouge: http://www.carre-rouge.org/spip.php?rubrique62.

Annunci

I commenti sono chiusi.