EUROPA / Tassi d’interesse negativi? No, grazie… – Produzione in continuo calo – Perché le previsioni non ci azzeccano mai – L’industria automobilistica affonda – Le multinazionali disinvestono

di Andrea Ferrario

Il 2013 si è aperto all’insegna del ritorno all’”appetito di rischio”, cioè della percezione che la crisi stia terminando il suo ciclo e si possa quindi tornare agli investimenti tradizionalmente ritenuti meno sicuri. Le borse sono in netta ascesa, il mercato dei corporate bond (le obbligazioni emesse dalle aziende) sta vivendo un grande boom, si torna ad acquistare titoli di stato dei paesi periferici dell’Ue, mentre la Banca Centrale Europea (Bce), contrariamente a quanto si prevedeva a fine 2012, non ha tagliato il suo tasso di riferimento, che rimane a 0,75% dopo l’ultimo taglio dell’estate scorsa. Si tratta di una situazione che ricorda da molti punti di vista il 2010, anno che ha visto una simile euforia e un ritorno alla speculazione dopo il terribile 2009. In realtà, al di fuori della sfera finanziaria nulla è cambiato in meglio, e anche in quest’ultima le novità sono poche: un’ennesima tornata di “quantitative easing” a livello mondiale e l’impegno della Bce a “metterci una pezza” nel caso in cui paesi dell’Unione dovessero arrivare a una situazione di pieno default. Cercheremo qui di seguito di dipingere un quadro più reale della situazione prendendo in considerazione alcuni aspetti esemplari come la produzione industriale, la crisi sempre più profonda del settore automobilistico o i disinvestimenti in corso nel continente. Per rendersi conto di come sia stato repentino il cambiamento di umore, e della sua natura in buona parte puramente psicologica, vale la pena tuttavia di cominciare facendo un piccolo passo indietro di un mese ripescando dagli archivi il dibattito sulla possibilità dell’adozione da parte della Bce di tassi d’interesse negativi, in base ai quali chi deposita il proprio denaro presso la banca stessa, invece di ricevere un premio, seppure molto limitato, dovrebbe pagare una determinata percentuale. Se il tasso di prestito della Bce è attualmente a 0,75%, quello sul denaro depositato presso la Banca Centrale è già da svariati mesi a zero. A dicembre Mario Draghi aveva apertamente comunicato che una parte dei membri del Consiglio della Bce era favorevole a un ulteriore taglio dei tassi, con la conseguenza logica, in tale caso, di un passaggio in territorio negativo per quelli sul denaro depositato. La ratio di una tale manovra sarebbe quella di spingere le banche a non depositare i propri soldi presso la Bce e a immetterli invece nell’economia “reale”, favorendo così la crescita. Il “Financial Times” (FT) ricorda che l’introduzione di tassi negativi non sarebbe una novità assoluta. Una tale politica era stata adottata dalla Svezia alcuni anni fa e in Danimarca è attualmente in vigore, anche se nel caso di questi due paesi la scelta è stata dettata dalle preoccupazioni per il cambio delle rispettive valute sui mercati internazionali, e non dall’intenzione di stimolare l’economia. In Svizzera tassi negativi sono stati adottati non dalla Banca Centrale, ma dalle due maggiori banche, Credit Suisse e UBS, nei confronti di alcuni clienti istituzionali, allo scopo di evitare di avere un eccesso di fondi nella valuta locale difficili da investire. In Svezia gli esiti della mossa sono stati controproducenti in termini di stimolo alle attività di prestito della banche. La banca svedese SEB, per esempio, ha diminuito le proprie attività di prestito del 16% nel primo anno successivo all’introduzione dei tassi negativi nel 2009. In realtà, quando le banche non prestano soldi la causa non è necessariamente la mancanza di mezzi (i livelli di liquidità nel mondo attualmente sono altissimi) e il fenomeno può essere attribuibile, per esempio, anche a un calo della domanda di credito dovuto alla sfiducia delle imprese e dei consumatori nei confronti della crescita economica. Secondo il FT i tassi d’interesse negativi comporterebbero gravi problemi per le banche. Tanto per cominciare, intaccherebbero i loro margini di profitto, perché le banche possono passare ai propri clienti solo entro certi limiti i costi maggiorati che i tassi negativi comportano per loro. In conseguenza di questo calo della redditività, poi, gli istituti troverebbero più difficile aumentare i propri livelli di capitale, come viene loro invece richiesto, e potrebbero paradossalmente essere spinte a diminuire la propria attività di prestito per aumentare i coefficienti di capitale – cioè esattamente l’opposto di quello che si vorrebbe ottenere.

Nel frattempo sono stati pubblicati gli indici PMI (Purchasing Manager Index) di Markit per i paesi dell’Eurozona, indicativi dell’andamento della produzione industriale. I dati, basati su inchieste condotte tra i responsabili degli acquisti del settore industriale, si riferiscono al mese di dicembre e un indice inferiore a 50 indica un’economia in contrazione. L’indice per l’Eurozona nel suo complesso continua a calare (da 46.2 a 46,1), indicando un forte recessione e, come commenta il chief economist di Markit, “nel corso dell’ultimo trimestre la recessione sembra essersi fatta più profonda nella regione, con ogni probabilità in misura più che significativa”. Il calo è particolarmente forte nella “locomotiva” dell’economia europea, la Germania, dove l’indice è sceso nettamente, da 46,8 a 46,0. Drammatico il dato della Grecia, il cui indice scende a 41,4 dal 41,8 del mese precedente e che a ottobre ha registrato inoltre un crollo delle vendite al dettaglio del 16,8% anno su anno. Per l’Italia il dato è in netta “crescita”, dal 45,1 al 46,7, ma va notato che tradotto in termini pratici si tratta solo di un rallentamento del ritmo di calo della produzione, che continua a peggiorare rispetto al periodo precedente, anche per quanto riguarda gli ordinativi. Che la produzione in Italia vada malissimo lo ha infatti ulteriormente confermato l’Istat con gli ultimi dati sulla produzione (aggiornati a fine novembre), che risulta in calo del 7,6% rispetto al novembre 2011 e dell’1,0% rispetto a ottobre 2012. Si tratta del quindicesimo calo continuativo su base annua, e il crollo è generalizzato: calano sia i beni strumentali (-7,2%), sia i beni intermedi (-9,8%), sia i beni di consumo (-5,6%). Nell’analizzare i dati di Markit, il “Wall Street Journal” osserva inoltre che l’inflazione rimane bassa in Germania mentre aumenta in modo sostenuto in Spagna, uno sviluppo che mette in dubbio la capacità dell’Ue di giungere a un riequilibrio interno che renda “i paesi come la Spagna più competitivi rispetto a paesi come la Germania, perché un’inflazione più alta con ogni probabilità renderà difficile impedire una crescita dei salari”. L’inestricabile groviglio europeo, fatto di recessione sempre più profonda e di insanabili disequilibri interni rimane pertanto intatto. Nonostante questo, le previsioni generali per il 2013 sono quelle di una “uscita dal tunnel”, con un ritorno della crescita in territorio positivo nella seconda parte dell’anno. Si tratta della stessa previsione che era stata formulata da tutte le principali istituzioni economiche a fine 2011 per l’anno appena terminato e rivelatasi poi completamente errata. Ma perché negli ultimi anni le previsioni economiche, e in particolare quelle di segno positivo, si sono dimostrate poi sempre clamorosamente sbagliate? Ce lo spiega sempre il “Wall Street Journal” (WSJ), informandoci innanzitutto che la Commissione Europea e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno formulato le loro previsioni riguardo alla crescita economica dell’Ue nel 2013: rispettivamente +0,1% e +0,2%. Non va però dimenticato che a inizio 2012 il FMI aveva previsto per l’Eurozona una crescita dell’1,1%, per poi via via tagliare le proprie previsioni fino allo 0,4%, mentre con ogni probabilità il dato finale sarà dello 0%. Lo stesso vale per le proiezioni della Banca d’Inghilterra e di molte altre istituzioni. Evidentemente i modelli statistici su cui si basano queste previsioni (il più diffuso ha un nome alquanto astruso: “New Keynesian Dynamic Stochastic General Equilibrium”) hanno qualcosa di intrinsecamente sbagliato. L’errore principale di questi modelli, scrive il WSJ, è quello di ignorare totalmente il ruolo del sistema finanziario nel provocare bolle e bancarotte, perdendo di vista il fatto che “il sistema finanziario fa qualcosa di più che allocare risorse: crea denaro – e pertanto, potere di acquisto – ogni volta che genera un prestito” e ciò ovviamente incide sull’andamento dell’economia. La cosa ancora più preoccupante è che su queste previsioni sbagliate vengono poi in parte basate le politiche economiche, con un effetto deleterio sulla loro efficacia.

Intanto in Europa prosegue il crollo verticale di una delle produzioni industriali più importanti dell’economia, quella del settore automobilistico, che trascina con sé tutto il suo enorme indotto. Il quadro è quello di un settore che, più che essere alla ricerca di un rilancio, punta sostanzialmente a sopravvivere. Messe peggio di tutte sono la PSA Peugeot Citroen e la General Motors Opel, perché fanno quasi per intero conto sull’Europa come proprio mercato di sbocco. Nonostante i tagli dei costi già apportati per cercare di tornare alla redditività (riducendo in particolare la manodopera), questi due produttori potrebbero essere presto costretti a vendere attivi o a ricapitalizzarsi per rimanere a galla. Fiat e Renault vanno solo leggermente meglio, ma sostanzialmente grazie all’esposizione al mercato Usa, nel primo caso, e all’alleanza con la giapponese Nissan, nel secondo. Uno dei problemi del settore è quello della lunghezza dei tempi necessari perché le ristrutturazioni producano risultati, ma “il tempo è di importanza essenziale per questi produttori di auto che bruciano miliardi di euro ogni anno a causa della sovraccapacità dei loro impianti”, scrive il WSJ. In un contesto in cui dal 2007 al 2011 le vendite di auto in Europa sono calate di 2 milioni di unità scendendo sotto quota 13 milioni, General Motors Europe prevede di chiudere il 2012 in rosso di 1,5-1,8 miliardi di dollari, mentre Fiat prevede una perdita operativa di circa 700 milioni di euro. Nessuno dei produttori in difficoltà prevede di tornare in pareggio prima del 2014-2015. Come tirare avanti allora fino a tale data? Ovviamente con il ricorso all’emissione di debito, campo nel quale i produttori di auto stanno diventando particolarmente attivi, puntando a sfruttare in particolare il recente boom dei corporate bond che ha portato a un abbassamento dei tassi obbligazionari.

Un ultimo indice della profondità della crisi ancora in atto nell’Unione Europea è dato dai disinvestimenti delle multinazionali, che stanno fuggendo in massa dal continente. Secondo la società di consulenza McKinsey, tra il 2007 e il 2011 gli investimenti esteri annuali nell’Ue a 27 sono diminuiti di oltre 350 miliardi di euro, con ritmi molto più veloci di quelli della caduta di altri indicatori economici. Il calo, per fare solo due esempi, è stato di venti volte superiore a quello dei consumi privati e di quattro volte maggiore del calo complessivo dell’economia. Questi dati si tradurranno nella mancata generazione di ricavi per 543 miliardi di euro che secondo i calcoli si sarebbero altrimenti concretizzati nel periodo 2009-2020. Le multinazionali spostano le proprie operazioni nei mercati emergenti al fine di sfruttare i costi più bassi, contribuendo così ad alimentare la disoccupazione in Europa. L’elenco delle società che tagliano o “disertano” è impressionante: Ford ha chiuso il proprio stabilimento di Genk, in Belgio, Opel ha chiuso quello di Bochum, in Germania, licenziando oltre 3.000 operai, General Electrics, un tempo uno dei maggiori produttori USA in Europa, concentrerà nel continente la maggior parte dei tagli per 2 miliardi di dollari che applicherà a livello mondiale, mentre il gigante della chimica Dow Chemical chiuderà le proprie operazioni in Belgio, Olanda, Spagna e Regno Unito. Come se non bastasse, Hewlett-Packard ha tagliato 8.000 posizioni in Europa nell’ambito di un piano di ristrutturazione, e Kimberly-Clark, produttore dei famosi Kleenex, ha chiuso la maggior parte dei propri stabilimenti nel continente. La migrazione delle multinazionali dall’Europa non riguarda solo il settore della produzione. Dopo avere tagliato i propri costi in Europa di 1 miliardo di dollari, la banca giapponese Nomura ha deciso di ridurvi ulteriormente la presenza per concentrarsi sui mercati asiatici, mentre buona parte dell’ondata di tagli di posti di lavoro annunciata da Citigroup riguarda l’Europa. Nonostante siano molto ricche di liquidità, le grandi aziende statunitensi si astengono dall’investire nel vecchio continente. I dati disponibili dicono che dal 2007 solo il 3% delle aziende USA ha aumentato i propri investimenti nell’Eurozona, mentre il 25% ha aumentato quelli nei mercati emergenti. E più della metà ha dichiarato di avere già avviato o di stare preparando un taglio dei costi spostando le proprie attività nei mercati emergenti. Il “Wall Street Journal” si interroga sulle conseguenze di questi sviluppi, mettendo in dubbio che l’Europa stia effettivamente uscendo dalla sua crisi, che, se si è momentaneamente placata negli ambiti della finanza e dei debiti pubblici, sta però entrando in un periodo di inasprimento in termini di economia reale, coinvolgendo non più solo i paesi periferici, ma anche quelli centrali finora meno toccati. E cita a proposito altri due dati estremamente preoccupanti della Bce e dell’OCSE: dal 2008 gli investimenti esteri diretti sono calati in Europa al ritmo esorbitante del 10% all’anno, mentre le attività di merger & acquisition sono scese del 70% rispetto al picco del 2007.

(fonti: Financial Times, 18 dicembre 2012 e 2 gennaio 2013; Wall Street Journal, 31 dicembre 2012, 3 e 7 gennaio 2013; Repubblica.it, 14 gennaio 2013)

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