ASIA / Giappone: comincia l’era dell’Abenomics – Asia: una nuova bolla del debito?

In Giappone è cominciata l’era di Shinzo Abe, il nuovo premier del partito Liberaldemocratico che ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni parlamentari del dicembre scorso. E’ un’era che nasce all’insegna del monetarismo e delle politiche di stimolo finanziario dell’economia, alle quali gli osservatori hanno assegnato l’ironico nome di “Abenomics”. Verso la fine di dicembre la Bank of Japan (BoJ) ha annunciato l’ampliamento della sua politica di alleggerimento monetario, l’analogo giapponese del “quantitative easing” statunitense. Il programma di acquisto di titoli governativi che era stato varato nel 2010 verrà aumentato da 91 trilioni di yen a 101 trilioni, con un aumento di 10 trilioni di yen (pari a 118 miliardi di dollari). L’ammontare totale dell’operazione si avvicina così ora al 40% del Pil giapponese ed è uno dei più alti tra i paesi sviluppati. L’11 gennaio Abe ha annunciato una manovra dell’importo complessivo di oltre 20 trilioni di yen, pari a circa 175 miliardi di dollari, di cui circa la metà a carico del governo centrale, mentre la restante parte sarà di responsabilità delle amministrazioni locali in concorso con il settore privato. La quota maggiore degli investimenti riguarderà principalmente strade, ponti, tunnel, edilizia abitativa e la prevenzione dei danni da terremoto. Una parte consistente sarà destinata anche all’aumento della competitività dell’industria privata. Il premier giapponese ha inoltre dichiarato che le riserve di valuta estera del paese verranno utilizzate per combattere il rafforzamento dello yen (dichiarazione diplomatica che va letta come l’intenzione di procedere a una politica di svalutazione della moneta giapponese sui mercati mondiali mirata favorire le esportazioni del paese). Per fare fronte a queste spese Tokyo aumenterà le emissioni di titoli di stato di 5 trilioni di yen nel 2013 e di 8 trilioni nel 2014. La nuova politica viene varata in un momento in cui il Giappone, arenatosi in un periodo di stagnazione e recessione ormai da più di un ventennio, affronta forti difficoltà economiche. Nel terzo trimestre del 2012 (ultimo dato disponibile) l’economia giapponese ha registrato un calo del 3,5% anno su anno, il debito pubblico si aggira sul 240% del pil, mentre nello stesso giorno del varo della nuova manovra è emerso che il deficit delle partite correnti del paese (cioè il deficit nei conti con l’estero in termini di import-export e investimenti) è molto più alto del previsto, a quota 222 miliardi di yen. Secondo alcuni esperti, la politica varata di Abe avrà effetti scarsi e, soprattutto, di breve durata. Manovre del genere sono state varate innumerevoli volte in Giappone nel corso degli ultimi 15 anni, per un totale di 75 trilioni di yen e il loro effetto è stato solo quello di prevenire un rallentamento, e non quello di dare uno slancio durevole all’economia.

A livello dell’intero continente asiatico, il “Wall Street Journal” rileva che “l’elasticità dimostrata dalle economie asiatiche in un contesto di rallentamento globale ha una preoccupante seconda faccia: quella di un rapido aumento dei livelli di indebitamento nell’intera regione”. Il rapporto tra credito e pil è balzato in Asia dall’82% di fine 2007 al 104% del giugno 2012, un livello che sorpassa quello rilevato alla vigilia della devastante crisi finanziaria che ha colpito l’area alla fine degli anni novanta. Per un raffronto, nell’eurozona la crescita è stata più lenta (dal 123% al 131%), mentre negli USA vi è stato un calo (dal 63% al 62%). Per quanto riguarda la Cina, il dato è quello di una crescita dal 100% al 120%, e più contenuto è stato l’aumento anche per paesi come la Thailandia (da 74% a 98%) e l’Indonesia (dal 25% al 33%). Secondo Daniel Martin di Capital Economics vi è il rischio che nella regione, dove le politiche monetarie sono oggi molto più espansive di quanto non lo fossero nel periodo che ha preceduto la crisi finanziaria degli anni novanta, la crescita del credito diventi il maggiore fattore di traino dell’economia allo scopo, tra gli altri, di compensare la debolezza delle esportazioni.

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