EUROPA / Paesi periferici in difficoltà (Polonia, Rep. Ceca, Lettonia, Irlanda, Portogallo, Grecia, Cipro, Spagna)

Nella periferia europea permangono o si aggravano i problemi economici e finanziari. In Polonia, nona economia d’Europa e citata spesso come “prima della classe” del continente per avere evitato finora di cadere in recessione, è in atto un rallentamento della crescita economica. Secondo le prime proiezioni il Pil nel 2012 dovrebbe essere cresciuto di solo l’1,5%, rispetto al 2,1% dell’anno scorso, una decelerazione dovuta al fatto che la sua economia è dipendente dalle esportazioni verso l’Ue (sbocco del 55% delle esportazioni polacche), e in particolare verso la Germania, soprattutto in settori in crisi come quello dell’automobile e quello degli elettrodomestici. La Fiat ha recentemente annunciato il licenziamento di 1.500 operai dello stabilimento di Tichy, dove la produzione è scesa dalle 650.000 vetture del 2009 alle 350.000 di quest’anno, mentre la General Motors-Opel non ha per il momento annunciato tagli in Polonia, ma sta vivendo una forte contrazione in Europa che non mancherà di avere conseguenze nel paese. Con i suoi 38 milioni di abitanti la Polonia in teoria ha un mercato sufficientemente vasto per essere almeno in parte autosufficiente, ma è un segno della crisi impendente il fatto che anche le vendite di auto sul mercato nazionale siano calate fortemente (-20% rispetto al 2008). Il governo, da parte sua, ha poco spazio per varare manovre di stimolo, dato che le sue disponibilità finanziarie sono limitate al minimo in seguito alla crisi finanziaria. Un altro paese che dipende dall’economia tedesca per le sue esportazioni, la Repubblica Ceca, naviga anch’esso in cattive acque in seguito sia alla stagnazione dell’export verso la Germania sia al calo della domanda interna. Gli ultimi dati, relativi al mese di novembre, parlano di un calo della produzione anno su anno (adeguata per il numero di giorni lavorativi) di ben il 6,2%, e questo dopo il dato già fortemente negativo del 3,2% registrato a ottobre. Non sembra avere effetto pertanto la mossa varata già tempo fa dalla Banca Nazionale Ceca di ridurre i tassi addirittura allo 0,05%, tanto che i suoi funzionari stanno pensando alla possibilità di procedere a una svalutazione della moneta nazionale, la corona. Secondo il blog Beyondbrics, tuttavia, la svalutazione potrebbe avere effetti controproducenti: il conseguente aumento del costo delle importazioni costringerebbe i rivenditori al dettaglio, i cui margini sono già ridotti al minimo dalla debolezza post-2008, ad aumentare i prezzi, comprimendo in tale modo i consumi, vale a dire aggravando quello che è attualmente il principale problema dell’economia ceca. La Lettonia invece viene da lungo tempo citata dai sostenitori delle “riforme” (cioè austerità e tagli sociali) come un esempio della strada che dovrebbero seguire gli altri paesi europei. Un articolo pubblicato dal New York Times pone però il suo caso in una prospettiva ben diversa. Il paese, che come gli altri stati baltici aveva subito nel 2008 un crollo verticale dell’economia, è stato “salvato” alla fine dello stesso anno da un finanziamento 7,5 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale e dell’Ue, vincolato alle usuali misure di austerità, applicate poi rigorosamente da Riga. L’anno scorso l’economia lettone ha registrato il tasso di crescita più alto d’Europa, con un aumento del 5% del Pil, dato che però va letto sullo sfondo del crollo del 20% vissuto negli anni precedenti. In seguito alla manovra di austerità, che prevedeva licenziamenti in massa dei dipendenti statali, diminuzione degli stipendi di quelli del settore privato e drastici tagli alla sanità, il 30,9% della popolazione è ora in stato di “grave deprivazione materiale”, secondo i dati 2011 di Eurostat. La disoccupazione ufficiale è calata, ma è ancora a quasi il 14%. Il paese ha inoltre perso in questi anni il 5% della propria popolazione (soprattutto giovani specializzati) in seguito alla forte emigrazione. Come ha commentato Alf Vanags, direttore del Centro Internazionale Baltico per gli Studi di Politica Economica, “parlare di un ‘successo esemplare’ della Lettonia è ridicolo. La Lettonia non è un modello per nessuno”.

Proseguono le difficoltà anche per i paesi periferici dell’Europa Occidentale. L’Irlanda si avvicina sempre più alla scadenza del 2014, anno in cui il paese dovrebbe cominciare a finanziarsi nuovamente sul mercato delle obbligazioni dopo avere fatto affidamento per tre anni esclusivamente sui finanziamenti dell’UE e del FMI in seguito al prestito da 67,5 miliardi di euro del 2010. La debolezza della domanda nell’Eurozona e nel Regno Unito continuerà sicuramente anche quest’anno a deprimere le esportazioni, dalle quali l’economia del paese in larga parte dipende, e di conseguenza anche la sua crescita. Per avere un’idea della dipendenza dell’Irlanda dalle esportazioni basta citare il dato secondo cui queste ultime sono superiori al suo Pil. La disoccupazione, che a fine 2012 era al 14,6% rimarrà alta per un periodo di tempo più lungo di quello previsto dal governo, mentre l’alto numero di proprietari di case le cui ipoteche superano il valore degli immobili posseduti, insieme al forte aumento della pressione fiscale, sarà di freno per la crescita dei consumi. Il 5 dicembre il governo ha varato un’ennesima manovra di austerità, ammontante a 3,5 miliardi di euro, in un contesto in cui il debito pubblico continua a crescere nonostante i tassi siano calati in seguito alla nuova politica della BCE, mentre la crescita economica è vicina allo zero (+0,4% nel 2012, secondo le ultime proiezioni). Il governo di Dublino punta a ottenere una boccata di ossigeno chiedendo una riprogrammazione della tranche di prestiti per 31 miliardi di euro che deve rimborsare nel 2013, per la maggior parte dovuti a banche francesi e tedesche. Permane il problema dell’enorme debito privato dei nuclei familiari (pari in media al 209% dei loro redditi), una pesante eredità del periodo della bolla immobiliare e finanziaria. L’”Economist” richiama l’attenzione su un fattore che contribuisce a mascherare la difficilissima situazione in cui si trova l’Irlanda, paese che la propaganda capitalistica presenta spesso come un “caso di successo” delle politiche di austerità. I progressi (comunque contenuti) compiuti dall’Irlanda vengono di norma misurati con il Pil (Prodotto interno lordo), ma nel caso di un paese fortemente dipendente dalle esportazioni come l’Irlanda un’immagine più esatta della situazione in cui vivono gli irlandesi la dà il Pnl (Prodotto nazionale lordo), che non tiene conto, per l’appunto, delle esportazioni. Il gap tra i due indicatori si è amplificato, dal 14% del 2007 al 20% del 2011, e ciò vuole dire che gli irlandesi in realtà hanno vissuto una situazione molto più pesante di quella dipinta dagli indicatori classici. Nel 2011 il Pil era inferiore del 7% rispetto a quello del 2007, mentre il Pnl era più basso dell’11%. Questi dati non contano solo per la popolazione irlandese, ma anche per le entrate fiscali: è il Pnl che costituisce la base più importante del finanziamento pubblico, dato che i profitti delle multinazionali sono tassati solo in misura minima. In Portogallo è stata varata una nuova forte stretta con l’approvazione a fine novembre della legge di bilancio per il 2013. Il nuovo programma di austerità messo a punto per il paese, oggetto di un’operazione di salvataggio finanziario da 78 miliardi di euro nel 2011 e sottoposto ai controlli di una “troika” FMI-UE-BCE, consiste in una manovra da 5,3 miliardi di euro, di cui 4 miliardi consisteranno in aumenti di imposte. Oltre al taglio delle quattordicesime per dipendenti statali e pensionati, sarà introdotta una tassa straordinaria “di solidarietà” con aliquota del 3,5% che dovrà essere pagata da tutte le persone con redditi superiori ai 485 euro mensili (nel paese lo stipendio medio è di 800 euro). A causa della profonda crisi nel 2012 la raccolta fiscale è andata molto peggio del previsto e il governo è alla ricerca di nuovi strumenti per conseguire gli obiettivi di deficit, che pure erano stati abbassati in settembre in seguito a un accordo con UE e FMI. In particolare, l’IVA nonostante sia aumentata fino al 23 per cento, ha generato gettiti decisamente inferiori al previsto. In Grecia il governo, con l’obiettivo di ottenere una nuova rata di prestito da 34,4 miliardi di euro, ha avvito un piano di mobilità, anticamera al licenziamento, per 25.000 lavoratori che riceveranno per un anno il 75% del loro stipendio di base – se entro tale periodo non troveranno un lavoro verranno licenziati. La misura, richiesta dai creditori esteri, rientra nell’ambito di un piano più ampio per ridurre la forza lavoro greca di 150.000 unità entro il 2015. Alla fine del 2010 la Grecia aveva quasi 900.000 dipendenti pubblici ed entro la fine del 2015 ne avrà meno di 700.000, secondo i piani. Si tratta di tagli che non sono giustificabili con l’argomento di una quota sproporzionata di dipendenti pubblici, come spesso si lascia intendere quando si parla del paese balcanico. Il “Wall Street Journal” infatti fa notare che in Grecia il 22,6% dei dipendenti totali lavora nel settore pubblico, contro una media del 25% nell’Ue. Nel frattempo si discute di un piano di salvataggio per Cipro, paese al quale i creditori chiederebbero in cambio di procedere alla privatizzazione delle imprese statali. Le banche cipriote hanno un buco di 10 miliardi di euro, una cifra pari a metà dell’economia nazionale. Un eventuale salvataggio delle banche cipriote sarebbe il secondo più grande della storia in termini di rapporto delle somme stanziate rispetto al Pil, dopo quello dell’Indonesia del 1997. In Spagna è emerso che il governo nel corso del 2012 ha abbondantemente utilizzato il Fondo di Riserva per la Previdenza Sociale come acquirente di ultima istanza dei titoli di stato spagnolo per i quali non si trovavano investitori esteri. Il Fondo investe i contributi pensionistici dei lavoratori spagnoli e dovrebbe garantire la sicurezza delle loro future pensioni. In seguito alle operazioni di acquisto del 2012, una percentuale astronomica del 90% dei 65 miliardi di euro di cui dispone il Fondo è investita proprio in tali titoli sempre più ad alto rischio (nel 2008 la quota dei titoli di stato spagnoli nel suo portafoglio era solo del 55%). Nel frattempo, tra l’altro, il rating della Spagna è stato abbassato al di sotto della soglia prevista dalla legge spagnola per i titoli in cui il Fondo di Previdenza Sociale potrebbe investire. Il fatto che la percentuale degli investimenti in titoli di stato spagnoli sia arrivata a quota 90% significa anche che nel 2013 il governo spagnolo non potrà più utilizzare il Fondo come acquirente di ultima istanza. Come se non bastasse, vi è il timore che le riserve del Fondo di Previdenza Sociale, oltre a essere quasi per intero investite in titoli spagnoli ad altissimo rischio, possano esaurirsi prima del previsto. A novembre il governo ha infatti prelevato 4 miliardi di euro dal fondo per pagare pensioni, la seconda volta nella sua storia in cui ha prelevato liquidità. La prima volta è stata a settembre, quando il governo ha prelevato 3 miliardi di dollari per coprire non meglio specificati “fabbisogni di tesoreria”. Poiché i due prelievi nel complesso superavano la soglia annuale massima consentita, l’esecutivo ha deliberato l’innalzamento della soglia stessa. Infine, data l’alta disoccupazione e il conseguente calo dei versamenti di contributi previdenziali, il Sistema di Previdenza Sociale ha accumulato un deficit di 3 miliardi di euro. Dolores San Martin, presidente della maggiore associazione dei pensionati delle Asturie, ha riassunto efficacemente la situazione: “Siamo arrivati al punto in cui non si sa più chi pagherà le pensioni delle generazioni più giovani”.

(fonti: Beyondbrics, 7 gennaio 2013; Wall Street Journal, 17 dicembre 2012, 3 e 7 gennaio 2013; Economist, 4 gennaio 2013; Le Monde, 6-7 gennaio 2013; New York Times, 17 dicembre 2012 e 1 gennaio 2013; Financial Times, 30 dicembre 2012)

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