CINA / Lavoratori migranti rurali – Tre punti caldi: investimenti esteri, prospettive economiche e shadow banking

Uno degli aspetti più dibattuti riguardo agli sviluppi sociali ed economici della Cina di oggi è quello del suo serbatoio di manodopera a basso (o meglio, bassissimo) costo, che secondo alcuni è in via di esaurimento, mentre secondo altri è ancora molto vasto. A tale proposito “China Real Time”, il blog del Wall Street Journal sulla Cina, ha pubblicato un’interessante intervista (potete leggerla integralmente qui) a Xi Meng, professore di Economia della Australian National University che ha condotto ricerche in particolare sui 250 milioni di lavoratori migranti rurali nelle aree urbane, che costituiscono il serbatoio di manodopera più a basso costo della Cina, quello sulle cui spalle, cioè, è stato costruite il boom cinese dell’ultimo decennio. Xi Meng comincia constatando che i salari e gli stipendi reali di questa categoria di lavoratori sono aumentati mediamente del 13% all’anno nel periodo 2008-2012. Nel 2010-2011 gli aumenti hanno registrato un balzo, arrivando al 23%. Tra il 2011 e il 2012 però c’è stato una brusca frenata e l’aumento medio è stato di solo il 3,7%, dato che è stato appena dell’1,7% per gli operai non specializzati. Secondo Xi non vi è nei fatti una carenza di manodopera migrante a basso costo nelle città, come sarebbe testimoniato dal fatto che nel 2010 solo il 25% dei lavoratori rurali risultava emigrato in aree urbane. Inoltre, tali lavoratori in maggioranza restano nelle città solo per un periodo di sette-nove anni, un fenomeno dovuto al sistema dello “hukou”, in base al quale i lavoratori rurali e i loro figli che vivono nelle città non hanno accesso alla previdenza sociale e a molti servizi fondamentali (per es. istruzione). Un cambiamento di tale sistema allargherebbe di molto il serbatoio di manodopera disponibile, afferma Xi, fornendo uno stimolo a emigrare e ad aumentare il periodo di permanenza nelle aree urbane industrializzate. La situazione da questo punto di vista è già leggermente migliorata negli ultimi anni. I lavoratori migranti coperti da un sussidio di disoccupazione erano l’11% nel 2008, mentre nel 2012 erano il 21%. Quelli coperti da assistenza sanitaria, pensione e assicurazione contro gli infortuni sono passati rispettivamente dal 13%, 18% e 17% nel 2008 al 27%, 31% e 23% nel 2012. Percentuali che parlano comunque di un quadro pesantissimo in cui quasi tre quarti dei lavoratori migranti non sono coperti da alcuna forma di previdenza sociale. Inoltre le loro retribuzioni in rapporto a quelle dei lavoratori nativi delle città non sono affatto migliorate negli ultimi 15 anni, anzi, si registra addirittura un lieve peggioramento e oggi la loro retribuzione media è pari a solo il 45% di quella dei loro colleghi nati nelle aree urbane. Anche se oggi si parla molto dell’intenzione (ancora tutta da dimostrare) della nuova dirigenza del Partito Comunista di riformare il sistema dello hukou in modo da migliorare la situazione dei lavoratori emigranti, non vi è la garanzia che eventuali modifiche verranno poi effettivamente applicate sul campo. Come spiega Xi, “nel 2008 il governo aveva introdotto una nuova legge che imponeva a tutti i datori di lavoro di pagare contributi sanitari, per la disoccupazione, contro gli infortuni e pensionistici per tutti i lavoratori migranti”, ma la competenza per l’applicazione della nuova politica era stata assegnata ai governi locali, che da una parte non disponevano di risorse sufficienti, mentre dall’altra non avevano nessuna intenzione di aumentare il costo del lavoro per gli imprenditori locali con i quali il più delle volte sono in stretti rapporti d’affari. Si tratta tra l’altro, constata Xi, di un modello generalizzato in Cina, in base al quale lo stato delibera, ma l’implementazione delle nuove norme e i relativi costi vengono scaricati per intero sui governi locali.

Sempre riguardo alla Cina, alcuni osservatori hanno richiamato recentemente l’attenzione sui problemi che si stanno accumulando nel campo degli investimenti esteri, delle prospettive economiche e dello shadow banking. A novembre è stato registrato il sesto calo degli investimenti esteri consecutivo, tanto che il portavoce del ministero del commercio cinese ammette apertamente che il 2013 sarà particolarmente difficile in questo campo. Nel mese in questione gli investimenti esteri sono stati pari a 8,9 miliardi di dollari, in calo del 5,4% rispetto al novembre del 2011. Interessante per individuare i trend in questo campo è l’analisi per area geografica di provenienza degli investimenti esteri effettuati nel periodo gennaio-novembre 2012: gli investimenti dei 10 principali paesi asiatici sono calati del 5%, nonostante un aumento dell’11% di quelli giapponesi, mentre gli investimenti dei paesi Ue sono diminuiti del 2,9% e quelli degli Usa sono aumentati del 6,3%. Tra i problemi citati c’è quello dell’aumento dei salari dei lavoratori cinesi che provocherebbe uno spostamento degli investimenti verso il Sudest Asiatico e l’India, anche se finora tale fenomeno sembra limitato a settori ad alta intensità di manodopera e bassa tecnologia come per esempio il tessile. Nel 2013 gli investimenti esteri potrebbero essere favoriti da fattori come l’enorme liquidità inutilizzata generata dal continuo allentamento delle politiche monetarie nei paesi sviluppati, dalla previsione di un rafforzamento dello yuan e dalle aspettative di un rimbalzo dell’economia cinese. Tra i fattori di freno ci sono però le previsioni negative per il commercio cinese, il continuo rallentamento dell’economia nei paesi sviluppati e il conseguente rischio che vengano varate misure protezionistiche. A dicembre si è tenuta la riunione della Conferenza di Lavoro Annuale sull’Economia, un appuntamento annuale durante il quale gli alti funzionari cinesi valutano le più importanti prospettive economiche a breve e medio termine. L’opinione comune è che per la Cina sia terminata l’era della crescita economica a due cifre e i più ottimisti prevedono per il 2013 una crescita uguale a quella del 2012, su uno sfondo in cui preoccupa in particolare la capacità di produzione in eccesso. La dichiarazione finale della conferenza delude le speranze di chi sperava in una nuova orgia di investimenti nelle infrastrutture per rilanciare l’economica, come era avvenuto nel 2009. I dirigenti cinesi (almeno a parole) puntano ad aumentare la spesa privata e non a spendere per le infrastrutture. Questo perché il rischio immediato di una bolla immobiliare è diminuito, ma non è rientrato del tutto, e per la minaccia del ripetersi di un aumento dei crediti inesigibili verificatosi dopo gli investimenti forsennati del 2009-2010. Se tuttavia qui siamo nel campo delle dichiarazioni di intenti tutte da dimostrare, ben reale è invece il problema del dilatarsi in Cina del fenomeno dello “shadow banking” (ovvero sistema bancario ombra, si veda il nostro articolo riguardo allo stesso problema a livello globale), cioè dei prestiti effettuati al di fuori del sistema bancario e quindi sfuggenti a ogni regolamentazione. I principali attori di questo sistema sono in Cina i “trust”, società di investimento fiduciarie il cui giro d’affari nei primi undici mesi del 2012 è cresciuto di 1,04 trilioni di yuan (circa 125 milioni di euro) rispetto all’intero 2011. Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale una larga fetta dei prestiti del settore è stata effettuata a soggetti ad alto rischio come i veicoli di investimento dei governi locali e le società di costruzione che non hanno accesso ai prestiti bancari. Dal 2007 gli attivi dei trust cinesi sono cresciuti di 10 volte e nel solo 2012 hanno registrato un incremento del 54%. Il giro d’affari complessivo dei prestiti bancari nel paese è pari al 45% del prodotto interno lordo e alla medesima percentuale del totale dei crediti, secondo i dati della Banca Nazionale Cinese. Per quanto riguarda invece il sistema bancario ufficiale, secondo Adam Wolfe, economista di Roubini Global Economics, negli ultimi mesi del 2013 il livello molto alto dei crediti inesigibili darà infine un colpo di freno alle attività di prestito delle banche. “L’attuale accelerazione della crescita non farà altro che avvicinare la Cina al momento del netto rallentamento che si verificherà quando il suo modello di crescita alimentata dai debiti e trainata dagli investimenti crollerà”. La dimensione del fenomeno viene dipinta con efficacia dai dati pubblicati da Fitch Rating secondo cui dal 2008 al 2012 gli attivi delle banche cinesi sono aumentati di circa 14 trilioni di yuan, cioè di più degli attivi totali dell’intero sistema di commercial banking degli Stati Uniti. Recentemente è finito sotto i riflettori anche il caso dei “veicoli di risparmio”, cioè prodotti di gestione del patrimonio che vengono venduti senza adeguate informazioni relative agli attivi sottostanti. Le rispettive vendite sono aumentate del 48% l’anno scorso, un dato preoccupante alla luce del recente default del veicolo di risparmio di Huaxia Bank Co., una banca partecipata da Deutsche Bank. Come ha dichiarato Xiao Gang, presidente della Bank of China Ltd., il settore dello shadow banking comporta rischi sistemici a causa della sua assoluta mancanza di trasparenza e molti degli attivi su cui si basano i prodotti venduti dipendono da proprietà immobiliari vuote o invendute, oppure da infrastrutture che verranno eventualmente realizzate solo tra lungo tempo, o ancora da progetti ad alto rischio che potrebbero non essere mai portati a termine. Su questo sfondo desta preoccupazione anche il dato secondo cui nel 2012 il debito delle aziende cinesi è cresciuto fino al punto massimo degli ultimi 15 anni, raggiungendo il 122% del Pil rispetto al 108% del 2011.

(fonti: “China Real Times”, 4 gennaio 2013; “Wall Street Journal”, 17 e 19 dicembre 2012; Bloomberg, 3 gennaio 2013)

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