MEDIO ORIENTE-AFRICA / Egitto: Sterlina ed economia in difficoltà – Giro di vite contro i sindacati

Dopo il referendum sulla costituzione, che ha portato alla luce le difficoltà del regime e la vitalità del movimento di protesta, gli sviluppi in campo economico e sindacale complicano ulteriormente il quadro della situazione in Egitto. Il 24 dicembre Standard & Poor’s ha abbassato il rating del paese citando le resistenze politiche a un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per la concessione di un prestito di 4,8 miliardi di dollari. In seguito al conseguente aumento dei tassi (che hanno superato la soglia del 14%) il governo ha venduto dollari per coprire il buco di bilancio. Il risultato è stato quello di un calo delle quotazioni della sterlina egiziana, che ha perso il 4% del suo valore in una settimana e potrebbe essere soggetta a una svalutazione a opera del governo, che comporterebbe forti rialzi dei prezzi (comunque già in corso) e il rischio di nuove proteste in un paese in cui la situazione è da tempo esplosiva. Tra gli altri problemi che affliggono l’economia del paese c’è quello di un deficit che continua a lievitare e quest’anno probabilmente supererà il 10%. Il prestito del FMI è quindi essenziale per tenere in piedi il governo. L’operazione era stata approvata preliminarmente a novembre, ma in seguito alle proteste e ai problemi politici le trattative sono state rimandate, per riprendere in questi giorni. In cambio del prestito il Fondo chiede il varo di un piano di austerità che preveda tra le altre cose l’aumento di svariate imposte, una diminuzione dei sussidi sociali e tagli al numero di dipendenti statali. La difficoltà in cui si trovano le finanze del Cairo è testimoniata dal fatto che le sue casse sono state riempite da prestiti da parte di Qatar e Arabia Saudita nell’attesa del raggiungimento di un accordo con il FMI. Tale accordo viene considerato di vitale importanza anche perché aprirebbe la strada ad altri prestiti da parte dell’Unione Europea e degli USA.

Nel frattempo  continua la stretta contro lavoratori e sindacati da parte del regime di Morsi (per un’analisi dettagliata si veda l’ultimo ottimo articolo in inglese di Joel Beinin: http://carnegieendowment.org/2013/01/08/all-unionized-and-nowhere-to-go/f04r). L’art. 14 della nuova costituzione, per esempio, vincola i salari alla produttività, e non all’aumento dei prezzi e all’inflazione. L’art. 53 stabilisce che vi possa essere solo un sindacato per ogni categoria di lavoratori – una mossa chiaramente mirata a soffocare i sindacati indipendenti che stanno nascendo in grande quantità. Gli art. 63 e 70 giungono addirittura a prevedere la possibilità di ricorrere ai lavori forzati e al lavoro infantile, stante una regolamentazione da parte dello stato. Il governo egiziano sta inoltre preparando una nuova legge destinata a regolare le proteste e gli scioperi. La relativa bozza prevede molti limiti alla libertà di protesta. Sarà per esempio vietato organizzare proteste nelle scuole o in edifici pubblici, le manifestazioni dovranno essere preventivamente approvate e avere un rappresentante autorizzato responsabile del loro pacifico svolgersi. Alle autorità sarà consentito disperdere le proteste per motivi vaghi come la loro dannosità per “gli interessi nazionali” o perché “fermano il traffico” o “interrompono la produzione”. Infine le manifestazioni potranno svolgersi solo dalle 7 del mattino alle 7 di sera, pena l’arresto dei manifestanti, un regolamento che per esempio impedirebbe il ripetersi di proteste non-stop in piazza Tahrir come quelle svoltesi negli ultimi due anni. L’articolo 21 della bozza di legge consente poi gli scioperi solo se non danneggiano la produzione o non nuociono all’economia nazionale, un controsenso che in teoria potrebbe dare al governo mano libera per impedire ogni sciopero. Secondo Malek Adly, del Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali, queste politiche sono mirate a controllare i disordini che potrebbero fare seguito alla concessione del prestito da parte del FMI e alla conseguente stretta sui sussidi sociali. Vi è poi chiaramente il timore del regime dei Fratelli Musulmani per la crescita esponenziale dei sindacati indipendenti. La Federazione Indipendente Egiziana dei Sindacati (EFITU) e il Congresso Democratico del Lavoro Egiziano (EDLC), entrambi nati nel 2011, hanno insieme oltre 2,5 milioni di iscritti, anche se il sindacato controllato dallo stato, l’ETUF, è ancora l’organizzazione più vasta con 4,5 milioni di iscritti, molti dei quali tuttavia stanno dando segni di insofferenza nei confronti della dirigenza. Nei primi otto mesi del 2012 in Egitto ci sono state 3.150 azioni collettive dei lavoratori che hanno coinvolto nel complesso circa 1 milione di lavoratori.

(fonti: Digital Journal, 6 gennaio 2013; Financial Times, 5-6 gennaio 2013 e 8 gennaio 2013; Egypt Independent, 31 dicembre 2012; Wall Street Journal, 31 dicembre 2012)

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