TEMI GLOBALI / A che punto è la crisi economica?

di Ilario Salucci

A che punto è la crisi economica? Per dei lavoratori questo è un argomento importantissimo se ne
conseguono delle scelte politiche, se ci sono delle conseguenze sul “che fare”.
1. Il capitalismo a livello mondiale è entrato dal 2008 in una profonda fase di crisi. Guardando i
dati della produzione industriale di Stati uniti, Giappone e Unione europea (a 27) si vedono degli andamenti
molto netti:
– il 2007 è stato per tutti l’anno del picco nella produzione (ascendente dopo la recessione
generalizzata del 2001-2002), mentre il 2008 ha visto o una stagnazione o l’inizio della recessione
– il 2009 è stato l’ “anno orribile”: crollo industriale generalizzato
– nel 2010-2011 vi è stata una parziale ripresa, che non è riuscita tuttavia a riguadagnare i livelli
produttivi del 2007
– il 2012 è all’insegna della stagnazione, con l’inizio di una nuova recessione nell’UE e in Giappone,
mentre negli Usa prosegue la fase di stagnazione; la profondità di questa recessione sarà misurabile solo nel
corso dei prossimi mesi
Chi se la passa peggio è il Giappone. Analizzando i dati della produzione industriale, nel 2009
sprofondò a un meno 24%, di contro a un calo del 15% dell’UE e del 14,5% degli Usa. E la crisi giapponese
del 2009 è l’ultima di una serie catastrofica di crisi: già nel 1992-1993 ebbe la recessione più profonda (meno
9% rispetto al meno 5% dell’UE, e al meno 1,5% degli Usa del 1991); poi nel quadro della crisi asiatica
(mentre UE e Usa crescevano) nel 1998 registrò un meno 6,5%; poi ancora nel 2001-2002 ancora la
recessione più profonda (meno 7,4% rispetto al meno 3,5% degli Usa e al meno 0,5% dell’UE). La ripresa in
Giappone si è vista solo nel 2010, ma rimanendo al di sotto del picco del 2007 dell’11,6%. Poi un 2011 di
stagnazione, e un 2012 di caduta. Nel secondo trimestre del 2012 era a un meno 16,3% rispetto al picco del
2007. Oggi la produzione industriale del Giappone è inferiore a quella del 1991.
Ma anche l’UE non se la passa bene. La ripresina del 2010-2011 la fa stare al disotto del picco
industriale del 2007 per un 6,5%. E nel 2012 va giù: nel secondo quadrimestre si è scesi a un meno 8,1%
rispetto al solito picco del 2007. La particolarità dell’UE è l’andamento “a forbice” dei suoi paesi membri.
Chi se la passa “meglio” è la Germania. Nel 2012 (secondo trimestre) ha azzerato il meno 17,3% che
conobbe nell’ “anno orribile” del 2009, e ha di nuovo raggiunto il picco del 2007. Soddisfazione di breve
durata: già nel terzo trimestre del 2012 i dati parlano di una sostanziosa caduta. Grecia, Spagna e GB nel
2012 riescono a far peggio del 2009; l’Italia no – ma solo perché il suo crollo del 2009 fu terribile. Se si
guardano le cose sul lungo periodo l’Italia è il paese messo peggio in Europa (considerando i grandi paesi): la
sua produzione industriale è inferiore del 7,4% a quella del 1991 – peggio addirittura del Giappone, che si
posiziona a un meno 3,5%.
Gli Usa non possono certo lamentarsi, in questa situazione: la ripresina industriale del 2010-2011 è
proseguita nel 2012, e nel secondo trimestre 2012 è addirittura arrivata a un meno 3% rispetto al picco del
2007. Chi si accontenta…. (in realtà, secondo diversi studi molto autorevoli, la situazione della manifattura
statunitense è molto peggiore di quanto lascino intendere questi dati).
Questi dati sono dell’Ocse. E come tutti i dati devono essere compresi. Perché gli Usa se la passano
(forse) meglio? Non bisogna dimenticarsi che più della metà della produzione militare del mondo è
concentrata negli Usa, e questa produzione non conosce crisi, visto che dipende dalle spese statali. E inoltre
quando si dice “produzione industriale” si include l’edilizia – quindi la caduta Usa del 2009 è stata
amplificata dalla crisi immobiliare, mentre il crollo italiano fu tutto manifatturiero in senso stretto (come in
generale l’UE, ad eccezione della Spagna). Più avanti dirò due dati sulla Cina: anche qui non bisogna
dimenticare l’enorme fetta edile della produzione industriale cinese. Infine non bisogna dimenticare il peso
enorme delle multinazionali, di cui gli Usa sono i campioni: il calcolo del valore aggiunto prodotto in un
paese naturalmente non considera le importazioni – ma le importazioni per le multinazionali sono
conteggiate grazie a fatture proforma interne alla multinazionale stessa. L’effetto netto a mio avviso è una
sottovalutazione delle importazioni (di semilavorati) Usa e conseguentemente una sopravvalutazione della
produzione industriale interna degli Stati uniti. Stessa considerazione per la Cina, anche se non grazie ai
meccanismi delle multinazionali, ma grazie alle “catene” o “filiere” produttive che la Cina ha esteso in tutta
l’Asia. Tutto ciò per dire che i dati sono sempre e solo indicativi, e che non devono mai essere presi troppo
sul serio.
Pur con queste considerazioni di prudenza, probabilmente si ha davvero crollo giapponese, caduta
libera europea, fragilissima tenuta statunitense – anche se le grandezze esatte di queste dinamiche non sono
conoscibili. Questo si riflette nella quota parte di questi tre paesi nella produzione industriale mondiale (dati
Banca mondiale – anche questi dati da prendere con cura, solo indicativamente):
– il Giappone: nel 1991 produceva il 22% dei prodotti indutriali del mondo – oggi non arriva al 14%;
– l’UE: nel 1991 produceva quasi il 27% dei prodotti indutriali del mondo – oggi arriva al 20%;
– gli Usa: nel 1991 arrivava a produrre quasi il 22% dei prodotti indutriali del mondo – oggi è sotto il
20%;
– infine la Cina: dal 1991 al 2010 è passata dal 2,5% al 15%.
Il balzo cinese è ovviamente impressionante. Dal 2008, mentre Usa, Giappone e Ue crollavano sotto i
colpi della crisi, la produzione cinese certo rallentava ma correva comunque a una velocità che nei vecchi
paesi capitalisti neanche ci si sogna (ma non dimentichiamoci la grossa componente delle costruzioni).
La Cina ha iniziato la sua corsa industriale con i prodotti “bassa qualità, basso prezzo”, grazie a salari
da fame per i suoi operai. Nel frattempo questa sua “specializzazione” permane, ma opera anche in numerosi
altri settori. In questa epoca di produzione mondializzata (o internazionalizzata per grandi aree geografiche),
la Cina si è adeguata immediatamente, imitando nella sostanza l’operare delle multinazionali Usa. In Cina si
concentra la direzione, l’assemblaggio e il marchio. Tutti i semilavorati vengono prodotti in una miriade di
paesi asiatici con salari ancora inferiori a quelli cinesi. Per quanto riguarda la specializzazione “bassa qualità,
basso prezzo, salari da fame”, la Cina ripercorre la strada intrapresa (ad es.) dalla Germania della seconda
metà dell’ ‘800. La Germania divenne poi una potenza industriale di prim’ordine abbandonando quella via,
concentrandosi sull’innovazione tecnologica, sulla ricerca e sui conseguenti brevetti (in vecchi termini
marxiani aumentando il plusvalore relativo). Per quanto riguarda la Cina del futuro? Le valutazioni degli
specialisti divergono molto a questo proposito. Di certo un modello industriale mutuato dagli Usa in declino
non sono un buon segno…
In conclusione: siamo in crisi nera da quattro anni, e molto probabilmente la situazione – se non
peggiora – di certo permarrà tale per un bel po’ di tempo (nessuno sa dire quanto). In questi termini è la
prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra
mondiale i lavoratori di Giappone, Ue e Usa (negli altri paesi è molto peggio) non vedono davanti a sé un
periodo di ripresa che consenta loro di prender fiato, e migliorare un poco la propria situazione, dopo le
batoste e le sofferenze della crisi in atto. Davanti a sé i lavoratori vedono senza fine batoste e sofferenze. E’
un cambiamento psicologico collettivo di importanza epocale, come la crisi che la produce.
2. L’aspetto finanziario della crisi è quello che più attira l’attenzione pubblica – e anche quella degli
“specialisti”, sia di destra che di “sinistra”. Un es. a caso tratto dal Manifesto di sabato 24 novembre 2012.
Titolo: “Banchieri imbroglioni”; occhiello: “I nuovi padroni del mondo sono gli speculatori di borsa, che non
hanno alcun interesse per il bene comune. Da quando è scoppiata la crisi nessuno è riuscito a mettere loro la
museruola. Per quanto tempo le democrazie resisteranno a questa impunità?” – firma di Ignacio Ramonet. A
cui risponde (ex ante) Robert Fitch (New Politics, inverno 2009): “c’è qualcosa di confortante” in questa
visione “dove avidi banchieri, cattivi regolatori [noi diremmo: cattivi politici], o regolamentazioni eccessive
[nella visione della destra], portano alla rovina e al disastro. Almeno rimaniamo padroni del nostro destino.
Almeno le virtù contano – è solo questione di tornare ad abbracciarle”.
Come Robert Fitch non penso che le virtù contino. La mia è una visione molto meno confortante di
quella di Ignacio Ramonet e di tanti altri.
L’aspetto finanziario della crisi è – bisogna riconoscerlo – spettacolare. Settembre-ottobre 2008: Wall
Street, il centro finanziario mondiale, crolla. Estate 2011: dopo un anno di crisi strisciante esplode la crisi sul
debito pubblico di Grecia, Portogallo, Spagna e Italia; la crisi in Grecia precipita il paese in un caos che fa
tornare alla mente la epica crisi della repubblica di Weimar (minaccia fascista inclusa). Dicembre 2011:
secondo tutti gli specialisti il sistema finanziario europeo è a un passo dal rivivere il crollo di Wall Street di
tre anni prima – un eccezionale intervento (in violazione patente al suo statuto) di “quantitative easing”
(emissione monetaria) della Banca centrale lo evita pro tempore. Oltre a tutto questo: aumento spettacolare
delle transazioni finanziarie sul mercato dei cambi; esplosione continua dei cosiddetti prodotti finanziari
“derivati” (nonostante siano stati la causa immediata del crollo a New York del 2008); continue notizie di
banche in difficoltà, o in fallimento puro e semplice; di speculazioni d’ogni sorta, spesso sconfinanti
nell’illegalità; ecc. ecc.
Che la crisi non sia tuttavia solo crisi finanziaria è evidente: se così fosse stato il crollo finanziario non
avrebbe avuto effetti “reali” (più o meno così avvenne con il crollo borsistico del 1987). Anzi – gli “effetti
reali” sono stati ben pesanti nonostante il settore finanziario sia stato rimesso in piedi con interventi di
dimensioni senza paragone storico. Tuttavia vi è una specificità finanziaria che deve essere analizzata, non
riducibile alla constatazione storica che l’odierna depressione si è avviata con una catatsrofica crisi
finanziaria proprio come le altre grandi depressioni capitalistiche, nel 1873-1874 e nel 1929. Questa
specificità finanziaria per molti specialisti consisterebbe nel fatto che il capitalismo attuale sarebbe “sotto gli
ordini” della finanza, o sarebbe comunque “trainato” dallo sviluppo finanziario (una posizione estrema arriva
a sostenere che il posto di comando o il motore del capitalismo attuale sarebbe la speculazione). Non la
finanza sarebbe al servizio della produzione, ma l’inverso; e quindi “crisi finanziaria” sarebbe sinonimo di
“crisi del capitalismo”. A mio avviso invece gli odierni sviluppi finanziari non invertono la relazione classica
di finanza e produzione capitaliste (la prima è al servizio della seconda), ma derivano da tre fattori
strettamente intrecciati tra loro, e che sono espressione dello sviluppo produttivo del capitalismo: il processo
di internazionalizzazione produttiva (“globalizzazione”, “mondializzazione”), la realtà odierna della crisi
dell’accumulazione reale e il pessimo funzionamento del dollaro come moneta mondiale.
Il processo di internazionalizzazione produttiva ha sviluppato una finanza mondiale che ha “superato
gli argini” del sistema bancario. La funzione del sistema bancario è di raccogliere ogni singola parcella di
capitale momentaneamente inutilizzato, ogni singola parcella di reddito o di patrimonio monetario
momentaneamente inutilizzato, e di gettarli a disposizione della produzione capitalistica come capitali (in
cambio del pagamento di interessi). Una massa enorme di crediti si riversa sul sistema bancario che a sua
volta li reindirizza verso la produzione. Questi crediti sono la base del “denaro di credito” odierno, prima
emesso dalle singole banche, ed oggi dalla “banca delle banche”, la Banca centrale. Con il processo di
internazionalizzazione finanziaria la funzione di “raccolta” e “impiego” di capitali, redditi e patrimoni
monetari momentaneamente inattivi ha raggiunto dimensioni storicamente inedite, creando nuovi canali
finanziari fuori dal sistema bancario (fondi internazionali d’ogni genere e specie: il cosiddetto “sistema
bancario ombra”), più “efficienti” dal punto di vista capitalista (cioè offrono crediti a più buon mercato). Dal
punto di vista produttivo questo cambiamento riguarda soprattutto le grandi multinazionali, non certo le
piccole imprese che continuano a rivolgersi alle vecchie banche per i loro bisogni. Dal punto di vista
finanziario questo processo si è accompagnato a uno sviluppo parallelo di “capitale fittizio”: titoli di credito
in aggiunta al credito stesso, che circolano e hanno vita propria – le forme più vecchie sono i titoli del debito
pubblico (nati ben prima del capitalismo!), le azioni, le obbligazioni. Il “sistema bancario ombra” raccoglie
capitali, redditi e patrimoni monetari momentaneamente inattivi emettendo titoli di capitale fittizio –
l’emissione di denaro rimane invece funzione esclusiva del sistema bancario. Questi titoli possono, in periodi
in cui tutto va bene, sostituire in parte il denaro, per cui tutte le grandi imprese gestiscono la loro tesoreria
con portafogli di titoli, minimizzando il denaro depositato presso conti correnti bancari – salvo accorgersi
della differenza tra titoli e denaro in periodi di crisi.
L’enorme sviluppo finanziario si è dunque creato in funzione di creare più offerta di capitali, e quindi a
minor costo, a tassi d’interesse più bassi. E questi tassi sono diventati tendenzialmente uniformi a livello
internazionale, fissando un più o meno unico parametro di riferimento alla reddività dei capitali a livello
mondiale. Questo sviluppo (sancito a livello statale dalle misure di liberalizzazione finanziaria, prima negli
Usa e in Gran Bretagna all’inizio degli anni ’80, e nel resto dell’Europa alla fine dello stesso decennio) è stata
la base finanziaria del grandioso processo di concentrazione, centralizzazione e internazionalizzazione
produttiva che il capitalismo ha sviluppato tra gli anni ‘980 e ‘990.
Questo processo si è sviluppato in una situazione internazionale in cui però il denaro mondiale in uso
– il dollaro statunitense – non svolgeva (e continua a non svolgere) molto bene questa sua funzione. Una
valuta nazionale può funzionare da denaro mondiale nella misura in cui ben sostituisca l’oro in questa
funzione. Una valuta buona rappresentante dell’oro dovrebbe garantire degli scambi internazionali di merci
tendenzialmente ai loro valori (prezzi di produzione): ma la variabilità del valore del dollaro in termini delle
altre valute, la sua estrema “volatilità”, dipendente da un insieme di fattori interni alla vita economica
statunitense e riconducibili al declino Usa come principale potenza capitalista mondiale, fa sì che questi
scambi soffrano anch’essi di una “volatilità” inaccettabile per il funzionamento del mercato mondiale. La
soluzione “endogena” che il capitalismo ha trovato sono stati i derivati: in pratica contratti di assicurazione
contro la volatilità dei prezzi internazionali. Nati all’inizio degli anni ’70, in coincidenza con la rottura
dell’equivalenza fissa tra dollaro statunitense e oro (rottura resa obbligata a fronte di un imminente
azzeramento di tutte le riserve auree degli Usa), hanno via via conosciuto uno sviluppo impetuoso,
affiancando l’internazionalizzazione produttiva, permettendo il funzionamento di questa
internazionalizzazione per il suo indispensabile lato commerciale, di compravendita mondiale di merci finite
e di semilavorati a prezzi internazionali resi stabili da queste “polizze di assicurazione”.
Ma poi, alla fine degli anni ‘990, è successo qualcosa. La finanza ha dovuto far fronte a qualcosa di
nuovo – a una “turbolenza” internazionale inattesa, resa manifesta dalla crisi asiatica, da quella russa, da
quella argentina (dal punto di vista produttivo a mio avviso la fine degli anni ‘990 fu segnata dalla
rivelazione che le nuove tecnologie informatiche non permettevano un balzo duraturo della produttività). I
vecchi prodotti finanziari derivati conobbero una nuova giovinezza, e le dimensioni del loro mercato
esplosero a dimensioni mai viste. La ragione era semplice: i rischi contro cui assicurarsi erano aumentati
enormemente, e i prodotti derivati consentivano sia un’assicurazione contro questi rischi, sia la
minimizzazione dei loro costi, in quanto i rischi venivano “spalmati” tra tanti soggetti e non in capo a
un’unica entità. Il terrore di fallire ha provocato una corsa ai derivati. A fronte di questa impennata della
domanda il valore degli attivi finanziari è salito alle stelle, creando ricchezza e profitti illusori (reali per chi
tramutava in denaro in denaro questi titoli, illusori a livello sociale – perché dall’altra parte c’era qualcuno
che acquistava questi titoli, che tramutava denaro in titoli; in termini marxisti una quota sostanziale dei
profitti finanziari non proviene dal plusvalore, ma dall’accaparramento a titolo di profitto di patrimoni
monetari di singoli borghesi che si fanno intortare).
La crisi della fine del 2008-2009 non ha visto la fine del mercato dei derivati, nonostante fossero stati
proprio questi prodotti derivati a essere il veicolo immediato del crollo finanziario del settembre 2008: anzi l’
“importo assicurato” è salito alle stelle. Più alti sono i rischi, più alti i costi per assicurarsi. Molti titoli
derivati sono stati spazzati via dalla crisi finanziaria, ma altri hanno preso il loro posto. Alla fine del 2008 il
“gross market value” dei derivati a livello mondiale (cioè il “costo complessivo delle polizze”, l’importo
“assicurato” secondo una certa valutazione del rischio) era salito da 19 a 34 trilioni (per usare una
terminologia cara a Paperon de Paperoni, in pratica da un terzo a più della metà del PIL mondiale). La breve
stabilizzazione successiva ha fatto ridiscendere questo importo a 21-22 trilioni alla fine del 2009 e del 2010,
ma è di nuovo salito a 27 trilioni e mezzo alla fine del 2011.
L’elefantiasi della finanza mondiale ha permesso l’internazionalizzazione produttiva, il funzionamento
del mercato mondiale, e ha messo un po’ al riparo dalla crisi tanti capitalisti. E’ stata il lubrificante necessario
al motore produttivo. Ma questa stessa finanza ha portato in dote al capitalismo problemi e dinamiche non
gradite. Se gli abitanti di una cittadina sottoscivono tutti delle assicurazioni sulla vita, la ditta di assicurazioni
passerà dei brutti momenti se d’improvviso un’epidemia di colera colpisce questa cittadina. Ma non è solo
questione che il rischio assicurato si rivela essere ben maggiore del previsto. I derivati distribuiscono questo
rischio: non passa brutti momenti solo la ditta di assicurazioni della cittadina di cui sopra, ma tutti coloro che
hanno acquistato titoli derivati (dalla ditta di assicurazioni) che incorporano quote del rischio delle polizze
sulla vita degli abitanti di quella cittadina. La base di questa finanza è il “capitale fittizio”, montagne di titoli
di credito che circolano e vivono di vita propria: e se in fase di sviluppo economico questa è cosa utile e
giusta (si trova sempre un compratore finale), in fase di crisi un terremoto economico sia pur locale (nel
2007-2008 l’insolvenza di ampi settori di mutuatari statunitensi) fa crollare questo castello di carte.
Nell’autunno 2008 l’intervento coordinato dei sistemi bancari mondiali e degli stati ne evitò il crollo
definitivo (qualcosa che sarebbe stato molto vicino al famoso “crollo del capitalismo”, un’ipotesi che ha
scatenato tante discussioni tra i marxisti del ‘900). Ma per tanti capitalisti fu (ed è) davvero un incubo. Quella
che doveva essere una polizza assicurativa può trasformarsi nella causa immediata della tua rovina, in una
fonte di debiti inattesi; l’ultimo acquirente dei titoli x, y, z si ritrova con un pugno di mosche in mano; si
scopre che questi titoli non sono denaro, e per pagare i debiti ormai solo il denaro vero viene accettato. La
tesoreria zeppa di titoli diventa un incubo, e tutti vogliono vendere e non un cane in giro che vuole
acquistare, anche a prezzi stracciati.
La speculazione mette del suo in tutta questa situazione – ma la sua importanza è stata di gran lunga
sopravvalutata. Da un lato quando si parla di “capitale fittizio” la speculazione è una conseguenza inevitabile
della sua esistenza (i “cavalieri di ventura” hanno accompagnato da sempre l’esistenza del capitalismo);
dall’altro quando nel suo operare modifica qualche grandezza economica reale, la conseguenza è temporanea
(come nel 2008 con il prezzo del petrolio, balzato da 90 dollari al barile a 150 nel primo semestre, ma poi
sceso a 40 dollari alla fine dell’anno: la legge del valore si impone come media di continue oscillazioni, che
la speculazione rende solo più ampie).
L’anello più debole di tutto il sistema finanziario si rivela essere il sistema bancario: marginalizzato
dallo sviluppo di quello “ombra”, senza più crediti (e quindi interessi) al capitale produttivo. Il sistema
bancario inizia a vivere di commissioni di intermediazione, e sviluppa pratiche aberranti di usura non
capitalista tramite il credito ai privati (che caratterizzava le banche precapitaliste). I salari vengono decurtati
degli interessi bancari (pagati sulle somme prese a prestito dalle banche), e scendono sotto il loro valore.
Questo “sfruttamento” non capitalista permette alle banche di reggere la fase attuale di liberalizzazione e
mondializzazione finanziaria. Non solo: fragilizzate da questa liberalizzazione e mondializzazione
finanziaria fanno ricorso per assicurarsi dai nuovi rischi proprio agli strumenti derivati, finendo travolti dalla
crisi finanziaria del 2007-2008, crisi da cui ancora oggi il settore bancario non si è ripreso. Il problema è che
il sistema bancario è al contempo la (fragile) colonna vertebrale di tutto il sistema finanziario, in quanto
unico emittente possibile di denaro di credito. La sua fragilità e la necessità della sua preservazione sono in
cima a tutte le preoccupazioni dei gruppi capitalisti da ormai cinque anni.
Il sistema capitalistico è un sistema sociale complesso nel suo movimento di riproduzione. Funziona
“alla cieca”, nessuno predetermina il suo corso. Anche gli stati non fanno per lo più che sanzionare
l’esistente, o fare l’unica cosa possibile: dall’abbandono della convertibilità aurea del dollaro nel 1971-1973
alla liberalizzazione finanziaria del 1979-1981 (obbligata dall’esplosione dei mercati finanziari offshore
denominati in dollari – gli allora famosi “eurodollari” e “petrodollari”); dalla cancellazione della normativa
di controllo sul sistema bancario Usa a fine anni ’90 alle immense misure di “quantitative easing” della Fed
della fine del primo decennio del XXI secolo. Il capitalismo trova empiricamente e spontaneamente delle vie
d’uscita dagli impasse in cui viene a trovarsi – ma non sono vere soluzioni. I problemi d’oggi si trovano
ingigantiti domani, in termini nuovi e più complessi. I problemi alla base sono due: la reddività del capitale,
la grandezza del profitto che se ne trae; e le conseguenze del declino degli Usa (da un lato l’oro non può più
essere moneta mondiale per la sua ristrettezza a fronte delle dimensioni della produzione capitalistica
odierna; ma dall’altro il dollaro è un suo rappresentante che funziona sempre peggio – le ipotesi di “monete
mondiali virtuali” a sostituzione del dollaro sarebbero realizzabili solo con uno “stato mondiale” che non sta
neppure nei sogni del più folle economista monetario).
3. E, per finire, crisi degli stati. Le crisi statali assumono la forma di crisi del “debito sovrano” per
due motivi:
–nel corso dell’ultimo ventennio tutti gli stati capitalisti sono passati a una forma di finanziamento che
privilegia il debito all’imposizione fiscale (se consideriamo che è la borghesia che finanzia nel suo complesso
lo stato, meglio prestare soldi intascandosi gli interessi, che farsi tassare – soldi che se ne vanno e che mai pù
rivedrai). L’imposizione fiscale è però la pietra d’angolo dell’edificio: il diritto agli interessi è un diritto su
una quota parte degli introiti fiscali futuri – più aumenta questo rapporto, più il “debito pubblico” diventa a
rischio;
– il debito pubblico è sostenibile nella misura in cui l’economia di un paese può sostenerlo – se
l’industria italiana torna indietro di 25 anni, ma il debito pubblico italiano rimane tale e quale, allora qualche
problema di finanziamento in prospettiva si crea (il plusvalore da qualche parte deve essere prodotto per
essere ripartito e indirizzato per una quota allo stato – in parole povere: i soldi non cadono dal cielo). Questo
significa che il secondo fattore che fa esplodere la crisi dei “debiti sovrani” è la crisi e il crollo industriale del
2009.
La crisi del “debito sovrano” è esplosa nell’UE perché, tra i grandi big capitalisti, è la “formazione
statale” più strana e più debole. E’ un accordo obbligato, forzoso, tra le borghesie europee (se no i paesi
europei ciascuno per fatti suoi non avrebbero più alcun ruolo nell’economia mondiale) dove ciascuna
borghesia però ha le sue basi ancora nel proprio singolo paese. Ogni singolo paese ha una propria sfera di
sovranità incompatibile con uno stato europeo per quanto ampiamente federale – ma al contempo si è creato
un mercato e una moneta unica per tutto lo spazio europeo. Questo ha comportato che il tipo di concorrenza
interboghese in Europa è di tipo “assoluto” (chi produce con minor produttività viene spazzato via), cioè
quello che opera all’interno di ogni singolo stato. La concorrenza assoluta fa sì che a livello territoriale viene
a crearsi e rafforzarsi uno sviluppo diseguale che noi ben conosciamo in Italia, nel nostro Mezzogiorno. A
livello europeo più i burocrati di Bruxelles cercano di centralizzare e omogeneizzare economicamente
l’Europa, più il divario economico tra le sue parti costituenti si amplia. E siccome il “debito sovrano” è di
competenza dei vecchi stati, chi si ritrova economicamente peggio vede esplodere una crisi del proprio
debito.
E se si facessero i bond europei? I promotori di una tale proposta confondono strumento tecnico e
sostanza del problema. Passare la competenza della gestione del finanziamento a debito all’UE comporta che
anche la gestione fiscale dovrebbe essere centralizzata (abbiamo visto che debito e fisco sono due fratelli
inseparabili), come la gestione della spesa (se no come si fa a determinare il finanziamento a debito?). Cioè
tutte le competenze economiche dovrebbero essere centralizzate – cioè si dovrebbe costituire un vero stato
europeo. Questo è il vero problema, a cui le borghesie europee non possono dare una soluzione (il progettato
controllo budgetario è una pseudosoluzione, parziale e posticcia) perché sopravvivono e/o si rafforzano nel
vecchio quadro statale. La crisi peggiora ulteriormente la situazione, con una dinamica centrifuga gestita
politicamente con sempre più fatica.
E se anziché i bond europei ci pensasse la Bce a comprare sul mercato primario i titoli di debito statali,
come fa la Fed negli Usa? Il problema è che le BC sono degli animali strani, a metà privati (“la banca delle
banche”) e a metà statali (come soggetto della politica monetaria). La Bce soffre di tutti i limiti di
costruzione europea sia a livello statale sia a livello bancario. Le vecchie BC dei vecchi stati europei
continuano a operare, e il progettato controllo europeo dei sistemi bancari è solo parziale, lasciando
sussistere le vecchie BC e molte delle loro competenze. In questa situazione la Bce è “zoppa”: non ha un
effettivo controllo dei sistemi bancari europei, ed è affiancata non da un ministro europeo dell’economia con
cui concordare gli interventi, ma da ben 17 ministri dell’economia (spesso da 27, visto che la Bce non può
muoversi indipendentemente dall’intera UE), che devono accordarsi, mediare, limare… se alla fine ce la
fanno. Sviluppare una politica monetaria di finanziamento diretto degli stati senza strumenti di gestione delle
finanze europee equivarrebbe a un suicidio puro e semplice. Quello che la Bce può fare è quello che sta
facendo: operare sui mercati finanziari (i “mercati secondari”), dove è dotata di strumenti gestionali adeguati,
e fare pressioni sui vecchi stati perché si allineino dal punto di vista della politica economica (si veda il ruolo
sempre più “statale”, politico, di Draghi)
In questa situazione di stallo, non si potrebbe pensare che un passo indietro – l’uscita dall’euro di
alcuni stati – salverebbe capra e cavoli, singoli stati in fallimento e Unione europea? In realtà lo strumento
monetario (l’euro) ha favorito un processo di altra natura: l’integrazione economica europea. Questa c’è, ed è
questa che amplifica lo sviluppo diseguale europeo. L’abbandono dell’euro non ricostituirebbe una
concorrenza “dei vantaggi comparati” operante a livello internazionale, perché l’integrazione economica
sottostante si è troppo spinta in avanti, e l’unica concorrenza operante in Europa è quella “assoluta”, quella
che opera all’interno di uno stesso mercato. Questo significa che l’abbandono dell’euro permanendo entro
l’UE non cambierebbe di molto i dati del problema odierno, e anche la svalutazione della valuta nazionale
che sostituirebbe l’euro (la soluzione miracolo di chi propone di abbandonare l’euro) tendererebbe a
riassorbirsi nel corso del tempo. L’unica alternativa è la rottura dell’UE: ma questo comporterebbe un
cataclisma economico, con un crollo del capitalismo dei paesi europei, e un caos economico al cui confronto
anche la epica crisi della repubblica di Weimar sarebbe uno scherzo da ragazzi. Il problema è che
l’integrazione economica europea si è spinta troppo in avanti per tornare indietro; ma al contempo è troppo
limitata per affrontare i problemi posti dalla crisi. E la natura delle borghesie europee impedisce di
completarla con la creazione di uno stato federale a livello (sub)continentale. Da questa situazione derivano i
ristretti margini di manovra odierni delle borghesie europee.
Crisi industriale, crisi finanziaria e bancaria, crisi dei “debiti sovrani”, e il tutto in un quadro non
congiunturale, ma (almeno) di medio periodo. Siccome non vi è alcuna ripresa stabile all’orizzonte tutto ciò
impone l’adozione da parte delle borghesie di misure di tagli drastici ai bilanci statali, perché siano
“sostenibili”. E siccome tagli drastici ai bilanci statali in una situazione di crisi (che significa una situazione
di blocco degli investimenti produttivi ed anzi di disinvestimento produttivo) hanno un effetto di
rafforzamento della recessione, necessiterranno ulteriori tagli ai bilanci statali, in una spirale terribile per i
lavoratori. Ma per la borghesia non vi sono alternative. Si può obiettare che in alcuni paesi periferici orientali
dell’Europa (paesi baltici) sono state adottate misure d’austerità per noi inimmaginabili (in Lettonia sono stati
chiusi 32 dei 56 ospedali esistenti!), e oggi questi paesi conoscono tassi di crescita eccezionali (è il discorso
propagandistico delle borghesie europee per “addolcire” la pillola dell’austerità odierna: austerità oggi per la
crescita domani). Ma questi tassi di crescita vanno rapportati al crollo del 2009 – il picco del 2007 è ancora
ben lontano, la disoccupazione è ancora a livelli record, e un nuovo choc economico internazionale imporrà a
questi paesi ulteriori misure d’austerità.
A fronte di questa situazione drammatica le borghesie europee hanno optato per un “bonapartismo” a
livello europeo: i centri decisionali si spostano in alto, in ambiti non eletti – Commissione e Bce (in Italia il
governo Monti). Si cerca di rendere impermeabili i centri decisionali dal potere delle urne e delle piazze. Ma
come tutto in Europa, anche questo bonapartismo è del genere “né carne, né pesce”. Il potere delle urne e
delle piazze potrebbe rovesciare come un castello di carte questo bonapartismo “bastardo”. I vertici europei
dei politici eletti nei vari paesi sono passaggi non eliminabili, e l’ipotesi, durante le ultime elezioni greche, di
una vittoria di Siriza ha veramente terrorizzato le borghesie europee. Il problema è un altro. E’ che qualsiasi
governo, borghese, piccolo borghese, populista o altro, non può in ultima analisi non applicare le misure che
si impongono, le misure di drastici tagli ai bilanci statali, indipendentemente dalle parole d’ordine su cui
questi governi sono stati eletti e indipendentemente dalle sincere opinioni politiche di questi governanti. La
via dell’austerità non ha alternative. Gli stati possono decidere poco o nulla – ratificano l’esistente. Perché ci
possa essere un vero cambiamento bisogna ragionare in termini radicalmente diversi – in termini di
abbattimento del capitalismo, di abbattimento di questi stati, di nuovi stati in mano ai lavoratori. Non c’è
nessuna alternativa all’attuale situazione mantenendo questo sistema sociale, tutte le misure ipotizzate (bond
europei, Bce come la Fed, uscita dall’euro, nuova stagione keynesiana, riforme di struttura) sono delle pie
illusioni. I lavoratori dovranno forse fare l’esperienza pratica della natura illusoria di queste ipotesi, ma alla
fine la realtà non aggirabile è che la crisi ha cancellato qualsiasi margini di manovra, per tutti, borghesi e
proletari.
4. Alla radice dell’attuale crisi c’è a mio parere la dinamica della variabile chiave del sistema
capitalistico – la dinamica del saggio di profitto. La crisi deriva dal fatto che lo sviluppo del capitalismo
mina la sua stessa ragione d’essere, il suo motore primo: il profitto. Per questo l’attacco ai diritti e ai salari dei
lavoratori è al primo posto nell’agenda delle varie borghesie a livello internazionale.
C’è un grande dibattito a livello internazionale tra gli economisti marxisti. Non è mia intenzione
ripercorrere questo dibattito – per farlo bisognerebbe fare più incontri, affrontando questioni estremamente
complesse (in quanto precede su alcune questioni ho dato una risposta implicita). Qui mi è sufficiente
ricordare che si scontrano posizioni per le quali la distribuzione del reddito è un fattore decisivo in questa
crisi, altri per le quali bisogna considerare il caos della riproduzione capitalista nei rapporti tra i suoi vari
settori, altri infine (come il sottoscritto) concentrano l’attenzione sulla dinamica del saggio di profitto. Ma
non è finita: come calcolare il saggio di profitto? Che peso ha, e come considerare, il settore non produttivo
di valore? Il capitalismo soffre di troppo o di troppo poco plusvalore? Che ruolo ha la finanza e il “capitale
fittizio”? Che analisi di classe fare della situazione odierna della Cina? Anche l’inquadramento storico della
fase che stiamo vivendo è sottoposta ad accesi confronti: stiamo vivendo ininterrottamente in una “onda
lunga recessiva” dall’inizio degli anni ’70 oppure gli anni ’80 e ’90 sono stati di ripresa ed espansione del
capitalismo? E, in quest’ultima ipotesi, questa fase espansiva è terminata nel 1997, 2001 o nel 2008? Che
ruolo ha avuto, a livello storico, il crollo dei “socialismi reali” e come analizzare l’attuale fase imperialista?
Come analizzare la “demonetizzazione” dell’oro da ormai 40 anni? Strettamente incrociati a questi dibattiti,
talvolta molto accesi, vi è una dimensione politica non separabile dagli approfondimenti teorici. L’uscita
dall’euro come strategia capitalista di uscita dalla crisi è illusoria (come prima ho argomentato), ma può
essere una strategia socialista? Una serie di rivendicazioni parziali, pur essendo inapplicabili nell’attuale
regime capitalista, sono proprio per questo motivo degli obiettivi importanti da rivendicare? Come analizzare
e che posizione politica avere nei confronti dei governi “capitalisti-socialisti” che da anni operano in alcuni
paesi dell’America latina?
Affrontare queste tematiche non è semplice, e nel fuoco delle concrete congiunture politiche
esplodono rotture e dissensi durissimi – ricordo solo le valutazioni molto diverse fatte dai vari gruppi di
sinistra durante le ultime elezioni greche, e le divisioni che hanno portato a un indebolimento drammatico del
NPA francese nel corso del 2012. L’importante a mio avviso è che: (1) si affronti queste problematiche con
un approccio globale, senza ritenere una singola questione come la chiave di volta della situazione; (2) che il
confronto si faccia nella chiarezza più assoluta, in cui le connessioni tra posizioni teoriche, programmatiche e
tattiche (“pratiche”) siano trasparenti. Solo così ci si può orientare in dibattiti che altrimenti diventano
labirintici e spesso degenerano in dibattiti tra sordi, senza comunicazione possibile tra gli interlocutori.
5. Quello che conta sono gli effetti sociali della crisi. Non nel senso di registrare la diminuzione dei
consumi (e come potrebbe essere diversamente?) o banalità simili.
Quello di cui siamo testimoni è una drammatica diminuzione del proletariato attivo: il peso della
manifattura sul Pil (dati Onu) è passato in Italia dal 21% nel 2000 a un 16 e mezzo per cento nel 2010. In due
anni (2009 e 2010) in Italia si è avuta un deindustrializzazione paragonabile a quella che colpì negli anni ’80
Usa, Francia e Gb (tutte e tre questi paesi avevano una incidenza della manifattura sul Pil nel 2000 tra il 15 e
il 17%, ed oggi scendono tra l’11 e mezzo e il 12 e mezzo per cento). L’Italia nel 2000 aveva una manifattura
con un peso (relativo alla propria struttura economica) paragonabile a quello di Germania e Giappone – oggi
si situa a metà strada tra questi due paesi che rimangono al 20-21%, e il gruppo dei vecchi paesi
deindustrializzati, scivolati ulteriormente in basso.
Ritraducendo il dato del 2000 in numeri assoluti, allora i proletari “produttivi di plusvalore”
nell’industria e nei servizi produttivi erano circa 7,7 milioni di persone (il peso relativo dei servizi produttivi
era circa il 20%) a cui si affiancavano 4,9 milioni di altri salariati (45% servizi che non creano plusvalore,
ma sono finalizzati alla sua circolazione e 55% Stato) (il “terziario privato” – meno i trasporti, che ho
aggregato all’industria – al 40% “produceva ricchezza” capitalista e al 60% era destinato a far “circolare” la
ricchezza prodotta dall’industria e dai “servizi produttivi”); la piccola borghesia tradizionale (chi lavora per
vivere, senza essere sotto padrone, e senza essere padrone di nessuno) era di circa 2,5 milioni, mentre tutte le
classi intermedie, i variegati spezzoni sociali che stanno tra borghesia e classi lavoratrici, contavano circa 2
milioni di persone (la borghesia con la sua coorte di “valletti” – una coorte ben più ampia della borghesia
vera e propria – era di circa 2,4 milioni di persone).
Oggi come muta sotto i colpi della crisi il quadro sociale italiano? Mancano i dati per aggiornare le
cifre che ho citato – e anche in futuro non saranno disponibili, con la cancellazione del Censimento
dell’industria e del commercio per tutte le imprese, dovuta ai tagli del bilancio Istat. Ma ci vuole poca
fantasia per ipotizzare una diminuzione secca della forza sociale dei salariati, allora di circa dodici milioni e
mezzo di persone, proporzionalmente ben più nel segmento proletario (sette milioni e mezzo di persone), che
in quello degli altri lavoratori salariati. Inoltre la quota di proletari o salariati in generale precari e
ipersfruttati è probabilmente esplosa, determinando un crollo del monte salari nazionale (il “capitale
variabile” di marxiana memoria). La piccola borghesia tradizionale continua la sua discesa pluridecennale
(ma l’Italia continua probabilmente ad essere, ancora oggi, il “paese della piccola borghesia”, a confronto
degli altri grandi paesi europei), ma non più, come in passato, “scivolando” lentamente verso cifre inferiori,
ma con un vero e proprio “terremoto sociale”. E’ probabile che sia aumentata la dimensione della quota di
“piccola borghesia stracciona”, ex lavoratori salariati espulsi dalla produzione o dall’impiego diventati
lavoratori autoimpiegati più vicini ai lavoratori informali del terzo mondo che alla piccola borghesia
tradizionale che conosciamo da sempre.
I due epicentri del terremoto sociale odierno sono nel campo proletario in senso stretto, e in quello
piccolo borghese tradizionale, crollati in valori assoluti, e in più resi fragili da una crescente quota
“stracciona” al loro interno. Inoltre le scosse più forti sono ancora a venire, in funzione dell’approfondimento
della recessione in corso, e dell’entrata in vigore delle anti-riforme del mercato del lavoro e degli
ammortizzatori sociali. Questi problemi sociali come si ritraducono politicamente? In primo luogo con
l’esplosione del centro destra, la cui spina dorsale elettorale era la piccola borghesia, e godeva del voto della
maggioranza dei proletari. Questo voto era socialmente “sensato”, nella misura in cui i governi di centrodestra
erano un freno relativo alle misure caldeggiate dai centri di potere europei – e per questo vennero
spazzati via nell’autunno 2011. Parte della base del centro-destra si sta orientando verso un voto “di
protesta”, passando dal “populismo berlusconiano” a quello “grillino”. Il PD è relativamente immune da
questi terremoti: ha una base elettorale composita (iscritti CGIL, lavoratori statali, ampi settori delle classi
intermedie e della borghesia, “valletti” inclusi), che probabilmente rimarrà nel suo complesso abbastanza
stabile. Il problema è che questa riconfigurazione politica non è una soluzione per i settori sociali che ne
sono il motore. Il “populismo grillino” (senza nessun programma di sorta, ma pronto a captare i più variegati
sentimenti di massa) da un lato e un governo del centro-sinistra dall’altro (che inneggia alla trinità Monti,
Napolitano e Draghi) non sono una prospettiva “vivibile” né per proletari, né per piccolo borghesi, né per
iscritti CGIL, né per lavoratori statali. La crisi riduce e azzera i margini di manovra per chiunque. I terremoti
sociali si ritradurranno nel futuro in altri terremoti politici in funzione della durata e della profondità della
crisi e dei suoi effetti sociali. Non siamo certo in un periodo “business as usual”!
La crisi storica delle classi lavoratrici italiane è l’assenza di strumenti organizzativi, strumenti tramite i
quali la classe possa entrare in azione in quanto tale (sono assolutamente contrario a tutte le storia della
“rappresentanza” della classe dei lavoratori; per me è problema di strumenti d’azione). Se fino a un ventennio
or sono disponeva di strumenti politici (a dir poco) largamente inadatti (PCI), oggi il PD è uno strumento
borghese inutilizzabile per i proletari – che se ne sono accorti voltandogli maggioritariamente le spalle nelle
urne. La CGIL è uno strumento organizzativo non solo in sé inadatto a causa dei suoi orientamenti, ma
sempre più inutilizzabile in periodi di crisi durante i quali le battaglie strettamente sindacali perdono di peso
e di senso. La costruzione di uno strumento politico delle classi lavoratrici è l’elemento chiave che deciderà
del nostro futuro: naturalmente non sorgerà come Minerva dalle acque! Identificare gli strumenti
organizzativi intermedi adatti alla specifica congiuntura sarà il compito di un’avanguardia reale della classe –
evitando sia una posizione attendista e “di osservazione” esterna alla classe, sia l’ “invenzione” di strumenti
organizzativi intermedi che non sono né di massa, né d’azione, ma solo appendice di questo o quel
raggruppamente esistente. Lo studio della odierna dinamica rivoluzionaria nei paesi arabi, con una
particolare attenzione agli “strumenti organizzativi e d’azione” (politici, sindacali, ibridi) delle classi
lavoratrici potrebbe essere fonte di grandissimi insegnamenti.
Un parallelo storico può essere consideratodi buon auspicio. Nelle scorse due “Grandi Depressioni”
(gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, e gli anni ’30 del secolo ventesimo) le classi lavoratrici
affrontarono inizialmente la crisi con il fallimento o con la totale scomparsa delle organizzazioni e delle
tradizioni politiche del periodo precedente (per dirla in due parole, ma se ne potrebbe parlare per ore: fine
della prima internazionale, 1873; fallimento di seconda e terza internazionale, 1914 e 1933) – da questo
punto di vista la crisi del movimento operaio odierno non è certo un dato storicamente inedito. La situazione
attuale è per fortuna politicamente più simile alla prima “Grande Depressione” rispetto alla seconda: durante
quest’ultima il tempo lavorava contro la classe operaia, con la minaccia incombente della minaccia fascista e
della seconda guerra mondiale – la più grande carneficina della storia dell’umanità. La politica delle piccole
organizzazioni rivoluzionarie era negli anni ’30 letteralmente frenetica, con continue svolte tattiche radicali,
finalizzate a “cogliere l’occasione” aperte dalle situazioni prerivoluzionarie o rivoluzionarie in questo o in
quel paese – l’orologio della storia correva freneticamente verso l’ecatombe. Mi sembra che oggi, come
nell’800, in assenza di queste minacce, il tempo sia a favore per i lavoratori (non per dire che la situazione
allora – ed oggi – sia idilliaca: nell’870 e nell’880 gli effetti della crisi sui lavoratori furono devastanti, e
ovunque nel mondo regnava la reazione più nera). Vi è il peso delle sconfitte passate e odierne, con la loro
scia di mancanza di prospettive, di demoralizzazione, di mancanza di fiducia in sé – e con il corollario di
isolate esplosioni di disperazione. Ma giustamente un vecchio dirigente rivoluzionario aggiungeva: la
sconfitta crea una inerzia psicologica, ma quest’ultima è fragile, può crollare sotto l’effetto di uno choc
economico, o sociale, o politico, o militare. Le classi lavoratrici hanno una riserva di energia e di intuito
rivoluzionario che di questi giorni (in cui il movimento operaio è solo un’appendice della borghesia, con
obiettivi limitati all’interno del rapporto capitalistico) non ci possiamo neppure immaginare. L’intervento
cosciente e organizzato in linea con gli interessi storici delle classi lavoratrici è un elemento decisivo per far
fruttare queste energie e questo intuito: a patto che questo intervento dica sempre ai lavoratori la verità,
anche se difficile da digerire. Riposare sui luoghi comuni non fa altro che aggiungere nuove illusioni a tutte
quelle passate: tante bellissime proposte e progetti oggi circolanti a sinistra in Italia possono venire
smantellate con una domanda di una sola parola: “Come?”.
Stiamo vivendo una crisi epocale del capitalismo. Dura da quattro anni, e non se ne vede la fine.
Finora è progredita con crisi verticale, periodo di stagnazione, o debolissima ripresa, nuova crisi verticale.
Crisi catastrofiche a livello finanziario e a livello statale sono nell’orizzonte probabile di questa crisi. I
lavoratori sanno che il capitalismo non consente loro nessuna “luce in fondo al tunnel”. Oggi sono in una
situazione di estrema debolezza e di estremo disorientamento, ma basterà poco perché la situazione si ribalti,
e riscoprano la loro forza collettiva. La crisi è importante – scrive nella carne dei lavoratori la necessità
dell’abbattimento di questo sistema. Quanto i periodi crescita, che dimostrano con i fatti che è possibile
vivere tutti dignitosamente. Come diceva un vecchio dirigente rivoluzionario: “Senza l’alternarsi delle fasi di
ristagno, prosperità, espansione convulsa, crisi e recessione che l’industria moderna attraversa in cicli
periodicamente ricorrenti, con gli alti e bassi dei salari che ne derivano… le classi lavoratrici… si ridurrebbero
a essere una massa scoraggiata, irresoluta, logorata e sottomessa, la cui emancipazione sarebbe impossibile,
non meno di quanto lo sia stata quella degli schiavi dell’antica Grecia e di Roma”.
I lavoratori, sulla base della loro esperienza, decideranno quale sarà la strada da intraprendere. E si
potrà di nuovo dire, come fece un vecchio dirigente rivoluzionario: “I nostri si comportano in modo più che
esemplare. Una simile tenacia, costanza, elasticità, prontezza di parola e un simile umorismo, certo della
vittoria, nella lotta con le piccole e grandi miserie del presente sono inediti nella più recente storia. Ciò
risalta in modo particolarmente magnifico rispetto alla corruzione, alla fiacchezza e al generale
imputridimento di tutte le altre classi della società. Nella misura in cui esse dimostrano la loro incapacità di
esercitare il potere, in quella stessa misura risalta in modo splendido la vocazione a prendere il potere del
proletariato, la sua capacità di rovesciare tutto il vecchio marciume”.

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