CINA / Foxconn – Diseguaglianza sociale

Torna sotto i riflettori dei media la Foxconn, la società cinese del gruppo taiwanese Hon Hai che è diventata il maggiore produttore mondiale di dispositivi elettronici per conto di società del calibro di Apple, Dell e altre. L’azienda ha 1,4 milioni di dipendenti in Cina, distribuiti in 28 impianti produttivi, e i suoi ricavi dovrebbero arrivare quest’anno a $134 miliardi (dati dell’”Economist” del 14 dicembre). In seguito allo scandalo suscitato prima dai numerosi casi di suicidio nei suoi stabilimenti, poi da una violenta rivolta dei suoi dipendenti, la Apple ha dato incarico a un gruppo non profit di condurre un’indagine con la quale sono state rilevate diverse violazioni della legge cinese da parte della Foxconn, tra cui un eccessivo ricorso alle ore di straordinario. Ora la società ha deciso, come scrive il “Wall Street Journal” del 18 dicembre, di limitare a nove le ore settimanali di straordinario consentite ai dipendenti, adeguandosi così alla legge cinese entro la fine dell’anno prossimo (va notato che l’azienda prevede quindi del tutto tranquillamente di continuare a violare la legge per un anno ancora). La notizia, naturalmente, è stata accolta con sfavore dai dipendenti, i cui magri stipendi consentono di ottenere un reddito minimamente adeguato solo facendo molte ore di straordinario. Secondo un’indagine informale condotta dal WSJ presso gli operai del maggiore stabilimento della Foxconn questi ultimi fanno in media da 10 a 15 ore di straordinario alla settimana, mentre lo stipendio di base allo stabilimento di Shenzhen è di circa $370 (con un aumento del 10% rispetto a due anni fa). Un operaio che lavora da tre anni per la Foxconn ha dichiarato al WSJ di arrivare oggi fino a $800 dollari con gli straordinari. Gli straordinari, tra l’altro, sono di ostacolo alla specializzazione, perché la maggior parte dei dipendenti non ha tempo per partecipare ai programmi aziendali di formazione. Se il limite agli straordinari verrà effettivamente applicato, con ogni probabilità molti degli operai più capaci abbandonerà la Foxconn, hanno affermato molti degli intervistati. Per fare fronte ai costi della manodopera la Foxconn, come alcune altre grandi aziende cinesi, ha cominciato a delocalizzare la produzione all’interno del paese, dove il serbatoio di manodopera a prezzi molto più contenuti di quelli della costa è ancora decisamente ampio, ma così facendo ha creato problemi di carenza di operai specializzati in diversi suoi impianti. La società inoltre ha il problema di un margine di profitto anemico, passato dal 6% di un decennio fa al 2% di oggi, scrive l’”Economist”, secondo cui però la delocalizzazione verso le province interne non rappresenta da questo punto di vista una soluzione a lungo termine. Quest’anno, infatti, grazie alle agevolazioni fiscali per l’apertura di nuovi impianti nelle zone rurali la Foxconn godrà di un’aliquota fiscale diminuita al 16-18% rispetto al 25% del 2011, “ma i guadagni verranno presto erosi dai costi più alti per la gestione delle scorte e per la logistica (le zone interne sono lontane dai porti della costa), dall’aumento dei salari e dalla cessazione delle agevolazioni”. Secondo un esperto interpellato dalla rivista, nel giro di qualche anno il trasferimento della produzione non comporterà più alcun beneficio netto per il margine di profitto.

Sempre secondo l’”Economist”, la Cina sta per sorpassare il Sudafrica nella poca invidiabile posizione di paese primo nella classifica della diseguaglianza sociale. Il dieci per cento dei cinesi ricchi detiene infatti il 57% del reddito complessivo generato dal paese (nel Sudafrica è il 58%). Il coefficiente Gini (l’indice della diseguaglianza sociale che va da un minimo di 0 a un massimo di 1) è pari a 0,61 in Cina, con un aumento di quasi il 50% rispetto alle precedenti stime.

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