AMERICHE / USA: Anche in Michigan il “Right to Work” – Lotte alla Walmart

La legge Wagner introdotta negli USA nel 1935 per tutelare i negoziati finalizzati ai contratti collettivi di lavoro rimane ancora in buona parte intatta, ma il movimento sindacale assomiglia sempre più a un cane bastonato, scrive il “Financial Times” del 15-16 dicembre. Il Michigan a dicembre è stato il 24° stato degli USA ad approvare una legge “Right to Work” e la maggioranza dei lavoratori statunitensi vive ora in stati in cui è in vigore una legge di questo tipo, che elimina l’obbligo per i lavoratori non iscritti ai sindacati di pagare la loro quota sindacale nelle aziende in cui opera una rappresentanza dei lavoratori che difende i loro diritti. Durante gli anni ’70 circa un quarto dei lavoratori del paese era iscritto a sindacati, oggi questa quota è ridotta del 50% e per circa la metà si tratta di dipendenti governativi. Inoltre, la maggior parte dei sindacati è un braccio del Partito Democratico e i “padroni” con cui contrattano sono nei fatti alleati. Interessanti alcune delle motivazioni ufficiali dell’approvazione della nuova legge, secondo cui “gli scioperi, i blocchi e le altre forme di lotta sindacale, indipendentemente dal merito della relativa vertenza, sono eventi che in ultimo causano uno spreco in termini economici”, una svolta rispetto alle leggi degli anni ’30 e ’40, secondo cui il diritto di sciopero in ultimo aiutava a stabilizzare la situazione nei posti di lavoro. Come constata anche una fonte conservatrice come il FT, “non si può avere libertà di organizzarsi senza libertà di sciopero, così come non si può avere libertà di parola senza libertà di dissenso. […] I sindacati in ultimo riescono a essere efficaci se impediscono ai datori di lavoro di dividere e soggiogare i lavoratori sindacalizzati”.

Il settimanale “The Nation” offre invece un quadro molto più ottimista delle lotte sindacali negli USA analizzando il caso degli scioperi che si stanno diffondendo a macchia d’olio alla Walmart, la più grande catena della grande distribuzione del paese e una delle più grandi del mondo. Il lungo e interessante articolo (versione integrale: http://www.thenation.com/article/171868/great-walmart-walkout) comincia constatando che la campagna di lotte si trova a fare fronte alle stesse sfide che ovunque i lavoratori USA devono affrontare: datori di lavoro pronti a tutto e leggi sul lavoro calibrate contro l’attivismo sindacale. Ma questa volta un nuova strategia di organizzazione e il focus sull’intera catena di distribuzione stanno creando una situazione inedita e interessante. Si tratta di sviluppi particolarmente importanti perché il modello Walmart, basato su una estrema compressione del costo del lavoro, è stato adottato anche dai concorrenti e copiato da altri settori dell’economia. Non a caso fino a tempi recenti la catena americana aveva reagito con grande durezza a ogni sciopero, giungendo a chiudere un intero supermercato in Quebec dove vi era stato uno sciopero dei dipendenti, ed eliminando i reparti per il taglio della carne negli USA per gli stessi motivi. Le leggi americane sul lavoro consentono ai padroni di ricorrere a strumenti altrove impensabili, come l’organizzazione di assemblee antisindacali a partecipazione obbligatoria o il licenziamento di rappresentanti dei lavoratori, sanzionato solo con ammende ridotte. L’attuale ondata di scioperi nasce da un lungo lavoro di organizzazione nei singoli punti di vendita mirato a creare una base, anche se per il momento limitata, di lavoratori disposti a scioperare. Per esempio, a fine settembre, in un punto di vendita Walmart della California, un piccolo gruppo di lavoratori ha richiesto una riunione con la direzione per parlare dell’insufficienza del personale e di altri problemi, ricevendo il rifiuto a un incontro. Qualche giorno dopo quasi un terzo dei 100 dipendenti del punto di vendita entrava in sciopero, riuscendo a coinvolgere nell’azione anche alcuni altri supermercati della regione. In realtà però la capacità di organizzare i lavoratori all’interno della Walmart trova origine al suo “esterno”, cioè tra i dipendenti delle società appaltatrici e subappaltatrici che sono sottoposti alle stesse condizioni di lavoro applicate dal colosso americano della grande distribuzione. Il primo sciopero di questa nuova ondata di lotte è stato quello organizzato il giugno scorso in Louisiana dai lavoratori della CJ’s Seafood, un fornitore di Walmart, entrati in sciopero contro il datore di lavoro che non versava loro lo stipendio e li minacciava di pesanti ritorsioni fisiche. Walmart aveva allora reagito affermando che le indagini da essa condotte non confermavano le affermazioni dei lavoratori, che però non hanno desistito, con il risultato che alla fine Walmart è stata costretta a sospendere il fornitore e il Dipartimento del Lavoro ha imposto allo stesso di pagare $214.000 di stipendi arretrati maggiorati da ammende. Dopo il successo di questa azione nella Louisiana le lotte si sono allargate a macchia d’olio alla costa occidentale e al Midwest, vedendo per la prima volta i lavoratori dei depositi scioperare insieme a quelli dei punti di vendita.

Come racconta un attivista sindacale, i lavoratori si sono resi conto che si possono organizzare “azioni che li fanno sentire forti e hanno allo stesso tempo un impatto sull’azienda, e che non bisogna più rassegnarsi a passare la vita attendendo qualche processo calato dall’alto per dimostrare che si vuole un sindacato”. Come elabora ulteriormente “The Nation”, i lavoratori della Walmart “stanno dimostrando di sapere colpire duro, coinvolgendo clienti, media e altri lavoratori con risultati che una conferenza stampa organizzata nell’ambito di una campagna non riuscirebbe mai a ottenere”. Numericamente, le lotte sono ancora limitate, visto che a scioperare per ora è solo un dipendente Walmart ogni mille, ma le potenzialità sono grandi. Nonostante le intimidazioni, dopo ogni lotta conclusa con un successo le persone disposte a scioperare aumentano, e nonostante la paura ancora diffusa tra la maggioranza l’entusiasmo per quello che sta succedendo coinvolge tutti. Lo storico del lavoro Nelson Lichtenstein (autore di “The Retail Revolution: How Wal-Mart Created a Brave New World of Business”) è più prudente e ritiene che un riconoscimento dei sindacati all’interno di Walmart sia improbabile in assenza di sviluppi autenticamente radicali nel paese, ma sarà comunque possibile conseguire risultati importanti “dando vita a uno slancio politico che costringa il governo federale a migliorare gli stipendi (per es. aumento del salario minimo)” e “costringendo Walmart a fare concessioni per la paura di aumentare la conflittualità”. Ci sono già numerosi segni del fatto che l’azienda potrebbe assumere posizioni maggiormente concilianti, soprattutto quando a muoversi sono i lavoratori della catena di distribuzione che hanno il potere di causare forti dissesti alle attività della catena di supermercati. E queste lotte potrebbero saldarsi ad altri capitoli di una mobilitazione che si sta facendo sempre più ampia, dalla campagna a livello di comunità che ha impedito a Walmart di espandersi ulteriormente a Denver e New York City, alle indagini che i democratici stanno conducendo al Congresso a carico dell’azienda sulle accuse relative a casi di corruzione estera, alla class action avviata da gruppi femministi su un caso di discriminazione, alle campagne di alcune Ong contro i metodi di gestione degli appaltatori adottati da Walmart in California e in Thailandia. Il fatto che le lotte dei dipendenti oggi, a differenza che in passato, costituiscano il fulcro delle azioni contro Walmart è importante perché, come afferma il politologo Dorian Warren, “in passato l’azienda poteva accusare coloro che la attaccavano di essere membri di un’elite che causa solo danni ai poveri… Ora però c’è una grande quantità di lavoratori disposti a scioperare perché non ne possono più. E questo invia un segnale a molti altri lavoratori”. Tanto più che gli scioperi alla Walmart arrivano in un momento in cui insieme ai segni di vulnerabilità dei lavoratori (si veda il caso del Michigan, di cui sopra) ce ne sono molti altri che indicano una loro vitalità. Si possono citare come esempi il caso dello sciopero al porto di Los Angeles, durato una settimana e che ha bloccato merci per miliardi di dollari riuscendo a respingere il progetto di un maggiore ricorso all’outsourcing, o il recente sciopero di un giorno dei lavoratori dei fast-food di New York che ha rappresentato l’avvio di una campagna per la sindacalizzazione del settore. Come riassume “The Nation”, le principali lezioni di tutte queste lotte sono tre: “Primo, i lavoratori possono rafforzarsi significativamente se riescono a causare dissesti alla catena di distribuzione. Secondo, la solidarietà non deve essere limitata a una singola professione e deve vedere una lotta comune tra camalli e impiegati, o tra dipendenti dei depositi e dipendenti dei punti di vendita. E terzo, gli scioperi, per quanto ostacolati dalla legge e dall’outsourcing, sono ancora un mezzo efficace e potente per organizzare i lavoratori”.

Segnaliamo che nello stesso numero “The Nation” ha pubblicato anche un’inchiesta, che si potrebbe intitolare “la strage si vende al supermercato” (http://www.thenation.com/article/171808/how-walmart-helped-make-newtown-shooters-ar-15-most-popular-assault-weapon-america), in cui si denuncia che in ben 1.700 supermercati di Walmart è in vendita il fucile automatico Bushmaster AR-15, lo stesso modello con il quale è stata compiuta la recente strage di Sandy Hook, costata la vita a 27 persone tra bambini e adulti.

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