ASIA / Indonesia: lo sciopero generale e i suoi sviluppi

Il 2012 è stato un anno importante per i lavoratori indonesiani. Il 3 ottobre si è svolto con successo uno sciopero generale che ha portato nelle piazze del paese oltre 2 milioni di persone. Gli obiettivi dello sciopero generale e delle altre azioni che vi hanno fatto seguito sono stati conseguiti, almeno sul piano formale. Il governo ha innanzitutto accettato la richiesta di un netto aumento del salario minimo (che viene stabilito a livello provinciale, viste le grandi differenze del costo della vita tra le innumerevoli isole che compongono il paese – nella capitale Jakarta, per esempio, l’aumento è stato del 60%). E’ stata accolta anche la richiesta di porre fine al ricorso massiccio all’outsourcing, con la conseguenza che circa 40.000 lavoratori hanno visto regolarizzata la propria posizione di lavoro. In precedenza, in seguito ad altre lotte sindacali, era stato approvato il varo di un nuovo sistema contributivo di assicurazione sanitaria, che però vede una forte partecipazione dei privati. Lo sciopero è stato organizzato dal MPBI, una confederazione tra le tre maggiori federazioni sindacali indonesiane nata nel maggio del 2012. Dopo la caduta del dittatore Suharto nel 1998 il numero dei sindacati è lievitato e solo negli ultimi anni si è assistito a iniziative di fusione o federazione, un processo che è ancora in corso e riguarda un totale di circa 90 milioni di lavoratori. Anche se finora non vi sono segni di radicalizzazione politica tra i lavoratori, vi è una chiara dinamica di aumento del livello di combattività, con azioni che quest’anno si sono fatte pressoché quotidiane e sono giunte fino al blocco delle autostrade, con la conseguente esposizione mediatica. Questa combattività è alimentata da un contesto che negli ultimi anni ha visto una forte crescita dell’economia (superiore al 6% negli ultimi due anni), grazie alle esportazioni verso la Cina, alla crescita dei consumi interni (responsabili di due terzi del Pil), ai bassi costi di produzione e a una manodopera poco costosa e flessibile. Una crescita che però non è andata a favore dei lavoratori, i cui stipendi reali hanno addirittura registrato un calo dal 1998. Dopo i successi ottenuti dai sindacati con lo sciopero, le organizzazioni dei datori di lavoro stanno reagendo, in alcuni casi conseguendo importanti obiettivi. A livello ufficiale la Camera di Commercio indonesiana è riuscita a ottenere l’esenzione dall’aumento del salario minimo per settori ad alto impiego di manodopera, come quello dell’abbigliamento e del tessile, una misura che colpisce soprattutto le lavoratrici donne che sono la maggioranza in questi settori. A livello meno ufficiale i padroni ricorrono a metodi come l’imposizione ai lavoratori di firmare accordi di rinuncia al salario minimo, il ricorso a guardie private per reprimere con la violenza le nuove azioni di protesta e il licenziamento degli attivisti sindacali. Inoltre sono all’esame due bozze di legge sulla sicurezza nazionale e sulle organizzazioni di massa che potrebbero limitare fortemente la libertà di protesta e di organizzarsi sindacalmente e politicamente. Sullo sfondo di tutto questo vi è un contesto economico che nei prossimi mesi potrebbe cambiare, a causa soprattutto degli effetti che il rallentamento della crescita in Cina, in India e in altri paesi asiatici sta avendo sulle esportazioni dell’Indonesia (il Pil ha registrato un leggero calo nel terzo trimestre). Il prezzo dell’olio di palma (insieme al carbone la maggiore voce delle esportazioni indonesiane) è sceso negli ultimi mesi di un terzo, facendo precipitare nella crisi le aree che vivono principalmente dell’estrazione di materie prime. Il “Financial Times” richiama l’attenzione su un fenomeno conseguente, e che potrebbe coinvolgere altri settori dell’economia, come lo scoppio della “bolla delle moto”. Molti contadini produttori di olio di palma, grazie ai forti aumenti dei prezzi della materia prima avevano contratto prestiti per l’acquisto di moto (il principale mezzo di trasporto in molte aree del paese) che ora, dopo i cali delle quotazioni, non sono più in grado di rimborsare. Nonostante la forte crescita economica degli ultimi anni, circa metà della popolazione dell’Indonesia (che è di 240 milioni di persone) vive con meno di $2 al giorno e il 40% della forza lavoro non ha un impiego regolarizzato.

(fonti: “Financial Times”, 20 dicembre 2012; Max Lane, “National strike called in Indonesia for October 3, 2012”, in Europe Solidaire, 27 settembre 2012 [link]; Zely Ariane, “Indonesian class struggle: the bosses retaliate”, in Europe Solidaire, 23 dicembre 2012 [link])

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