EUROPA / Summit europeo – Shadow banking – Banche centrali

Il summit europeo della settimana scorsa si è concluso per l’ennesima volta con molte dichiarazioni di intenti e poche novità di portata rilevante, come ampiamente riportato dalla stampa internazionale. Dopo la promessa, formulata nel giugno scorso dai leader dell’Ue, di mettere a punto una road-map precisa per una trasformazione dell’Eurozona entro la fine dell’anno, vi è stato solo un vago rimando a riconsiderare il tutto alla metà del 2013, osserva il “Financial Times” del 15/16 dicembre, secondo cui ciò sarebbe dovuto, tra le altre cose, “alla diminuzione delle pressioni provenienti dai mercati”. I punti più importanti il cui esame è stato rimandato sono quelli della firma di contratti bilaterali vincolanti tra Bruxelles e i paesi dell’Eurozona per l’introduzione di “riforme”, contratti che dovrebbero essere simili a quelli imposti ai paesi oggi oggetto di salvataggio, e di un bilancio comune dell’Eurozona. Per quanto riguarda il progetto di unione bancaria europea, la formula scelta in seguito alle resistenze del governo tedesco è quella minima, cioè una supervisione da parte della Bce delle sole banche “sistemiche”. Il dibattito ha anche reso maggiormente evidenti le resistenze di alcuni paesi a cedere ulteriori competenze all’Ue (Gran Bretagna, Svezia e altri).

Dietro alle manovre politiche dei vertici di Bruxelles rimane sempre incombente la situazione di estrema crisi del sistema bancario europeo. A questo proposito è interessante un approfondito articolo pubblicato dall’”Economist” del 14 dicembre riguardo allo “shadow banking”, cioè la messa a disposizione di crediti alle imprese da parte di soggetti esterni al sistema bancario e molto meno regolamentati di quest’ultimo. Il fenomeno sta vivendo un vero e proprio boom e assumendo forme spesso nuove, come nel caso di MarketInvoice, una società che ha creato un mercato elettronico in cui le piccole aziende vendono agli investitori, a prezzi scontati, le rispettive fatture non saldate. Le aziende affamate di credito riescono così a ottenere rapidamente liquidità, mentre gli investitori guadagnano un margine sulle fatture acquistate. La forte crescita che sta vivendo la nuova piattaforma (così come molte altre di natura simile) pone ovviamente il problema del sempre più difficile controllo della qualità dei “crediti” scambiati e del controllo del loro rischio. Nonostante questo, il ministero del tesoro britannico si è pronunciato a favore di tali nuovi sistemi. Anche i grandi fondi globali sono sempre più impegnati nell’ambito dello “shadow banking”. Uno dei più grandi gestori di attivi del mondo, BlackRock (gestisce fondi per 3,7 trilioni di dollari) ha lanciato per esempio una divisione di infrastructure debt che presta denaro ai propri clienti per progetti infrastrutturali. L’esplosione dello shadow banking, particolarmente pronunciata in Europa, è dovuta alla crisi che le banche si trovano ad affrontare e ai vincoli normativi a cui sono sottoposte. Per diminuire i rischi a cui sono esposte, le banche europee stanno tagliando il credito a progetti a lungo termine come quelli immobiliari e infrastrutturali, dando invece la preferenza a quelli a breve termine. Lo sviluppo ha riflessi a livello globale, scrive la rivista, perché numerose grandi banche europee erano molto attive a livello internazionale (per es. fino a poco tempo fa le banche francesi e spagnole da sole coprivano il 40% del credito al commercio dell’America Latina e dell’Asia). L’entità della frenata in questo campo è esemplificata dal dato secondo cui le banche francesi hanno ridotto del 20% ($650 miliardi) i loro prestiti esteri dal giugno 2011. In Europa, a differenza che in America, le imprese finora hanno finanziato le proprie attività principalmente tramite il credito bancario. Lo testimonia il dato secondo cui in pancia alle banche ci sono €8 trilioni di crediti alle aziende, mentre il mercato delle obbligazioni corporate ammonta a soli €1,3 trilioni. Con il progressivo ritirarsi delle banche, si crea quindi un vuoto che deve essere riempito, e da questo punto di vista il recente boom delle emissioni di obbligazioni corporate non è casuale. Ma le stesse banche trovano soluzioni per lucrare su questa nuova situazione, per esempio fornendo consulenze e intermediazioni per il reperimento di capitali sul mercato e generando così ricavi da commissioni. Le soluzioni a volte sono molto ingegnose. Per esempio, la banca Societe Generale e l’assicuratrice AXA si rivolgono alle medie imprese francesi che sono alla ricerca di crediti la cui entità è troppo contenuta per giustificare il ricorso all’emissione di obbligazioni, ma che possono potenzialmente offrire agli investitori alti rendimenti. Societe Generale effettua il prestito, ne mantiene una parte limitata in bilancio e cede il resto ad AXA, che a sua volta la trasferisce ai propri fondi. La banca alleggerisce così il proprio bilancio mantenendo però i propri clienti e AXA riesce ad accedere ad attivi ai quali altrimenti non avrebbe accesso. Allianz, un altro colosso delle assicurazioni, sta anch’essa incrementando le proprie attività di prestito diretto alle aziende, per esempio con una nuova divisione per l’infrastructure debt. La fame di credito, e quindi di soluzioni alternative a quelle bancarie, andrà sempre più aumentando. Secondo i calcoli di Morgan Stanley, per citare solo un esempio, nei prossimi anni le banche europee ridurranno la loro esposizione al settore degli immobili commerciali di €300-600 miliardi, periodo durante il quale le altre fonti di prestiti potranno dispiegare solo €100-200 miliardi. I finanziamenti quindi avverranno con tassi molto più alti di quelli richiesti in passato dalle banche, un altro elemento che rende ancora più complicata la situazione. Il quadro complessivo è ad alto rischio e, scrive l’Economist, ricorda molto quello che ha dato luogo alla crisi dei mutui subprime nel 2007, ma a livello ufficiale l’entusiasmo per queste nuove soluzioni mirate a mettere una pezza al credit crunch è tale che Andy Haldane, della Banca d’Inghilterra, è giunto a dichiarare che esse potrebbero un giorno rendere obsolete le tradizionali banche.

Contemporaneamente la stampa economica mainstream esprime forti preoccupazioni per il cambiamento di ruolo e i rischi a cui si stanno esponendo le “banche delle banche”, cioè le banche centrali. In un articolo, il “Financial Times” del 15-16 dicembre, richiama per esempio l’attenzione su due trend in atto: il rilassamento delle politiche antinflazionistiche, in particolare da parte della Fed e della Bank of Japan, e la perdita di indipendenza da parte delle banche centrali, alle quali i governi affiderebbero sempre più un ruolo politico. Il “Wall Street Journal” del 20 dicembre dedica un articolo al caso del Giappone, dove un collaboratore di Shinzo Abe, il leader del Partito Liberaldemocratico che ha appena vinto le elezioni, ha annunciato che il suo governo avrà bisogno di 10 trilioni di yen ($120 miliardi) per la sua politica di aumento della spesa pubblica mirata a risolvere il problema dell’eccesso di offerta e della debole domanda. Il nuovo governo dovrà quindi sfondare il tetto annuo di 44 milioni di yen stabilito dal precedente governo democratico per le emissioni di titoli di stato e insiste affinché la Bank of Japan cambi politica alzando l’obiettivo per l’inflazione. Sempre il “Wall Street Journal” ha dedicato il 12 dicembre un lungo articolo alle riunioni a porte chiuse che si tengono ogni due mesi tra i capi delle maggiori banche centrali del mondo, in rappresentanza di paesi che hanno nel complesso un prodotto interno lordo annuo di $51 trilioni, pari a tre quarti della produzione mondiale. Il WSJ osserva che la politica delle banche centrali di pompare trilioni di dollari in titoli di stato, ipoteche e prestiti alle imprese non ha precedenti ed è un “esperimento ad alto rischio”. Si tratta di politiche che spingono le banche centrali verso notevoli problemi a lungo termine ottenendo in cambio risultati solo a breve termine. Il rischio è quello di creare una nuova bolla finanziaria e di alimentare pericolosamente l’inflazione. I sostenitori di queste politiche affermano invece che non appena l’economia darà segnali di ripresa basterà semplicemente chiudere subito i rubinetti ma, osserva il giornale, è molto difficile cogliere esattamente il momento giusto per farlo e una tale decisione si scontrerebbe inoltre con problemi di carattere “politico e logistico”. Sempre più diffusa è l’opinione secondo cui un’altra politica senza precedenti storici, quella dei tassi d’interesse di fatto a zero ormai da anni, sta perdendo effetto e generando una situazione in cui “la spesa delle imprese e dei consumatori è inferiore alle aspettative, mentre il settore privato è onerato da un debito eccessivo”. Come ha dichiarato un alto funzionario intervistato dal giornale, “ci sono molte cose che non comprendiamo” – insomma, si naviga a vista.

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