ITALIA / Dati drammatici

Si chiude il 2012 e, mentre il teatrino politico si occupa dei dilemmi relativi alle candidature elettorali dei vari leader politici, da varie fonti giungono dati sull’Italia che dipingono una situazione economica a dire poco drammatica. In un articolo il Corriere della Sera riferisce che nel solo 2011 la ricchezza reale (cioè scontata dell’inflazione) dei nuclei familiari italiani è diminuita del 3,4%, mentre il calo rispetto al picco del 2007 è pari al 5,8%. Secondo le stime preliminari nel 2012 il dato sta ulteriormente peggiorando, visto che nel solo primo semestre il calo è stato pari a circa 3/4 dell’intero anno precedente. A fine 2011 la ricchezza complessiva dei nuclei familiari italiani era di 8.619 miliardi di euro. L’ineguaglianza sociale rimane sempre molto alta: gli ultimi dati disponibili (fine 2010) indicano che la metà più povera degli italiani possiede il 9,4% della ricchezza nazionale, mentre il dieci per cento più ricco ne possiede il 45,9%.

Un rapporto della Cgil aggiornato a fine novembre rileva che i lavoratori coinvolti da inizio anno nella cassa integrazione a zero ore sono 520.000, con una decurtazione del reddito netto di 3,8 miliardi, pari a circa 7.400 euro per lavoratore. L’aumento complessivo delle richieste di cassa rispetto ai primi undici mesi dell’anno scorso è di +11,8%. Sempre rispetto allo stesso periodo del 2011 esplode la cassa ordinaria (+55,4%), diminuisce quella straordinaria (-6,20%, “ma con riduzione in frenata”, si legge nel rapporto) e aumenta decisamente quella in deroga (+9,25%). Quest’ultima corrisponde al 33% di tutte le ore di cassa, per una spesa complessiva di 2 miliardi di euro.

Secondo l’ultimo rapporto di Istat, Inps e Ministero del Lavoro (dati riportati da “Repubblica” del 18 dicembre), gli italiani a rischio povertà o esclusione sociale sono passati dal 26,3% del 2010 al 29,9% del 2011 – si tratta della variazione in assoluto più elevata dei paesi Ue. Gli italiani in condizioni di “povertà relativa” sono oltre 8 milioni. Dei cinque milioni di rapporti di lavoro avviati nel primo semestre del 2012, solo il 19% è a tempo indeterminato, mentre il 68% riguarda rapporti di lavoro a termine, l’8,5% collaborazioni e il 3% apprendistati. I lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono nel complesso quasi 10,5 milioni. Per quanto riguarda le retribuzioni, quella media dei lavoratori cittadini italiani è di 1.300 euro e quella dei cittadini stranieri è di 984 euro. Notevole anche la differenza tra uomini e donne: i primi guadagnano in media 1.425 euro, le seconde 1.143 euro. Il 47,5% dei pensionati (16,69 milioni a fine 2011) riceve una pensione di meno di 1.000 euro al mese. Il 75% dei pensionati percepisce solo pensioni di tipo invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs), mentre il 25% ha assegni di tipo indennitario e assistenziale, eventualmente cumulati con pensioni Ivs. Sempre bassissima anche la mobilità sociale (dati Ocse a fine 2010): in Italia la probabilità di laurearsi, per una persona il cui padre non abbia completato gli studi superiori, è tra le più basse d’Europa: circa il 10%, rispetto al 40% per l’Inghilterra e al 35% per la Francia.

Un altro dato preoccupante, è quello del crollo dei consumi petroliferi in Italia, un indice indiretto dell’attività produttiva e dei consumi. Secondo il preconsuntivo dell’Unione Petrolifera Italiana (“Repubblica”, 21 dicembre) nel 2012 i consumi hanno subito una “contrazione eccezionale” dell’11,4% rispetto all’anno precedente, facendo tornare l’Italia da questo punto di vista a prima del boom degli anni ‘60. Si tratta di un crollo nettamente superiore a quello del 2009, quando la crisi aveva toccato il suo apice, ma i consumi petroliferi erano scesi solo del 6,4%. Nel biennio 2011-2012 il calo è stato di quasi 11 milioni di tonnellate, cioè già la metà di quanto il paese ha perso nel decennio 2000-2010

L’economista Michael Roberts in un articolo pubblicato il 10 dicembre nel suo blog (http://thenextrecession.wordpress.com/2012/12/10/an-italian-job-and-a-greek-tragedy/) riporta svariati dati interessanti sulla produttività e gli investimenti in Italia. Se nell’ultimo decennio la produttività del lavoro nell’eurozona è cresciuta nel complesso dell’8% (un dato molto contenuto), in Italia è calata del 3% dal 1999. Nello stesso periodo il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto del 35%, rispetto al 10% della Germania. Il tasso di occupazione nel 2011 era appena del 57%, il secondo più basso dell’eurozona e di gran lunga inferiore a quello della Germania (73%). Il “tasso di sfruttamento” (cioè il valore aggiunto che i datori di lavoro estraggono dalla forza lavoro) è stato in media dal 1963 a oggi del 120%, molto maggiore di quello degli USA (70%). “Il problema” scrive Roberts, “è quello della mancanza di produttività, non la quota che va al capitale. E questo accade perché i capitalisti italiani non hanno investito in maniera sufficiente”. Sempre dal 1963 la crescita netta degli investimenti è stata del 3% all’anno (in termini nominali), passando in terreno negativo nel 2009, mentre negli USA è stata superiore al 4%. Da quando l’Italia è entrata a fare parte dell’eurozona il rendimento degli investimenti produttivi è diminuito del 20%, il doppio del calo registrato negli USA e in Gran Bretagna. Come conclude Roberts: “l’austerità non ripristina la crescita né crea posti di lavoro – il suo fine in realtà è l’opposto, cioè quello di migliorare la ‘competitività’. Il problema è che questo ‘processo di pulizia’ che potrebbe richiedere un decennio o più va a detrimento della maggioranza favorendo un’elite ristretta”.

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